• Alla scoperta dell'artigianato

    Uno sguardo sul mondo e sulla cultura del ben fatto
  • Torna l’appuntamento con l’artigianato sardo d'eccellenza con la 56^ edizione della Fiera dell'Artigianato artistico della Sardegna: un'edizione rinnovata e ricca di opere di artigiani provenienti da tutta l'isola.
    L'inaugurazione avverrà il 28 luglio a Mogoro, con una serata ricca di arte, musica e cultura locale.

    La Fiera resterà aperta fino al 3 settembre, sarà possibile ammirare e acquistare le opere di più di novanta artigiani (tra cui la Cooperativa Su Trobasciu) nei settori della tessitura, legno, ceramica, metalli, vetro, coltelleria, oreficeria, intreccio, pelletteria e ricamo.
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Rubriche

15 09 2017

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Pariani
Fondazione Cologni
Abbiamo incontrato il signor Aurelio Mutinelli, Presidente della Selleria Pariani, per farci raccontare la sua storia e quella della sua azienda, storica realtà milanese che diede vita alla prima sella moderna del mondo.

Quando ha inizio la storia della Selleria Pariani?
All'inizio del Novecento Adolfo Pariani aveva un negozio di abbigliamento e articoli inglesi a Milano, a due passi dal Duomo. Lavorando con degli ottimi artigiani, decise di iniziare a confezionare selle e accessori per conto proprio, per non doverli importare dall'Inghilterra.
In quegli anni Federico Caprilli, ufficiale di Cavalleria a Pinerolo, stava mettendo a punto un nuovo sistema per montare a cavallo differente da quello inglese che si usava all'epoca, che permetteva all'animale di effettuare il movimento più naturale possibile. Il signor Pariani si propose di collaborare per costruire un modello di sella che si adattasse al nuovo sistema e il tenente Caprilli accettò.
Fu così che nacque nel 1905 il modello Pinarolo, dalla cittadina piemontese sede della famosa Scuola di Cavalleria, ed ebbe inizio la storia della Selleria Pariani.

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19 07 2017

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Questione di naso
Maria Pilar Lebole
Firenze, città delle arti e del saper fare. Firenze città del profumo. Una storia che ha origine nel periodo aureo del Rinascimento e che ancora oggi grazie alla presenza di botteghe e nasi blasonati è ricca di novità riconosciute e apprezzate in tutto il mondo.
Una dedizione quella di Firenze alla profumeria artistica che in anni recenti ha visto crescere una importante fiera di settore dedicata, ‘Fragranze’, portata avanti con successo di partecipazione e buyer da Pitti Immagine. Nel percorso di oltre cinquecento anni ne è stata fatta di strada. Dalla comparsa del “Nuovo Ricettario Fiorentino" messo a punto dal Collegio dell'Arte dei Medici nel 1498 per fissare le regole a cui tutti gli speziali dovevano attenersi per la composizione dei loro composti,  alla cura delle scienze botaniche che tanto appassionò la famiglia dei Medici.

Officina Profumo Farmaceutica di Santa Maria Novella deve la sua creazione ai frati domenicani che si stabilirono a Firenze nel XIII secolo. Oggi se ne ammira tutta la storia negli arredi, negli strumenti e nelle decorazioni. Se la sua fama si lega al tipico liquore rosso Alchermes ottenuto dalla cocciniglia essiccata, oppure alla Polvere per imbiancare le carni (tipica degli anni 20 del ‘900) negli imponenti locali di via della Scala si apprezzano gli intensi profumi e i pout-pourri, insieme ad aromi insoliti e pungenti. Un successo dovuto anche al piglio imprenditoriale del patron Eugenio Alphandery che ha fortemente creduto nel valore di una produzione tutta made in Florence. «Le erbe officinali, la lavanda e le rose arrivano dal nostro giardino di Villa La Petraia», spiega, «come le candele dalla cereria interna». In tempi recenti  per celebrare importanti anniversari si sono create profumazioni come l'Acqua di Colonia Cinquanta per festeggiare il 50° anniversario di gemellaggio tra Firenze e Kyoto. Un bouquet floreale dove le note di testa di gardenia, fiori d’arancio e fiori di tiaré, s’intrecciano con legni dolci e the verde nella ricchezza del cashmere. Una nota muschiata ed ambrata introduce il fondo di legni preziosi. Oppure Lana, Acqua di Colonia ad edizione limitata, morbida, calda e dolce nell’aria come la sensazione che si prova ad affondare la mano nella lana. «In occasione della mostra Amore e Psiche nel 2012 a Palazzo Marino a Milano abbiamo realizzato la fragranza per l'ambiente per rievocare l’odore fresco del giardino, quello legnoso del sottobosco e quello freddo del marmo, mentre lo scorso luglio al Palazzo delle Esposizioni di Roma per il progetto “Caravaggio Experience” è andata in scena la fragranza ‘Maledetto’».
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18 07 2017

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L'operaio dell'anima
Ugo La Pietra
Il percorso artistico di Tarshito da anni rappresenta l’anello di congiunzione tra la nostra cultura artistica e artigianale e quella orientale. La sua pratica progettuale, carica di riferimenti mistici e spirituali, trova nella cultura del fare indiana la sua più intensa rappresentazione e formalizzazione.

Tutti conoscono la sua coerenza e il suo amore per i materiali e la cultura mediterranea; qual è la sua posizione di progettista nei confronti del mondo del design e dell’arte applicata?
Non si tratta di posizioni, magari contrapposte, ma entrambi questi elementi che si fondono nel mio approccio, nella mia sensibilità dell’operare. Io, in effetti, mi sento «una congiunzione» fra le varie culture. Sono nato in una zona occidentale del mondo ma ho avuto l’opportunità, anzi, sto avendo l’opportunità di frequentare molti altri luoghi del pianeta Terra e in particolar modo l’India, un luogo dalle profonde radici culturali. Sto studiando un po’ le Sacre scritture, i Veda di 4mila anni fa donati proprio all’India. Questo mio muovermi tra due posti del mondo apparentemente così diversi, apparentemente così antitetici, frequentando la cultura artistica e artigianale dei due luoghi, l’India e la laboriosa Puglia, nel sud dell’Italia, mi sta facendo vedere in maniera abbastanza chiara e forte l’unità fra questi opposti; sto piano piano sentendo «l’Uno», fra l’East e il West. Più viaggi compio, più gente conosco della Puglia (con cui mi relaziono per realizzare ceramiche dorate, grande tradizione dell’Italia), in particolare del sud della Puglia, o più conosco persone tribali dell’India, che usano dipingere le proprie case, le proprie capanne di terra cruda, che dipingono per ringraziare il divino, affinché il raccolto possa andare bene, affinché un matrimonio possa andare bene... e più riscopro piccole ritualità un po’ dimenticate. Le riscopro soprattutto in questo luogo del mondo da cui vi sto parlando, l’Italia, di cui indago i riti di fondazione. Da architetto mi capita spesso di parlare con qualche anziano muratore di piccoli danari donati alla madre terra o di altri doni da fare, per cui attraverso le ritualità, attraverso il «vecchio sapere», il saper fare, delle mani, a volte italiane, a volte indiane, a volte albanesi con cui ho la fortuna e la gioia di poter collaborare. Ecco, attraverso questa magica area che è il simbolismo, che è la ritualità che va al di là della cultura specifica orientale o occidentale, ecco, attraverso questa area io, man mano nel tempo, ho cominciato a vedere unite queste due parti fino a farne una sola, per cui ciò che io sento non è più una cultura mediterranea o una cultura orientale: è semplicemente cultura. E se prima ho parlato di radici, di ritualità, di simboli, quel che voglio significare è proprio la visualizzazione della radice, di una forma che sto realizzando o che sta realizzando un artista o un artigiano indiano piuttosto che pugliese. Se, attraverso questa forma, il suo simbolo mi porta a un concetto, c’è una forza altrettanto grande che invece mi riporta verso il Trascendente. Per cui, attraverso il simbolo, ciò che è più importante è proprio questa grande profondità che mi permette di entrare nella concettualità. Questo agire mi conduce inevitabilmente all’essenza del progetto, a questa forma di consapevolezza; questo tentativo di avvicinarsi all’essenza è un mezzo per onorare, per offrire lo stesso progetto al Trascendente. Per cui la mia posizione di progettista nei confronti della creatività è un cammino, è un viaggio.
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18 07 2017

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C'era una volta la carta
Alberto Gerosa
Un grazie alla cassata siciliana. È infatti anche merito dello squisito dessert insulare se la cartiera Amatruda è riuscita a sopravvivere fino ai nostri giorni. Negli anni più difficili della prima metà del ’900, allorché l’industrializzazione sistematica e lo sviluppo di più moderne arterie commerciali penalizzavano pesantemente la sempre più isolata Amalfi, Ferdinando Amatruda e suo figlio Luigino (quello stesso Don Luigi che in età matura sarebbe divenuto il beniamino degli editori più raffinati) riuscivano a mantenere in vita l’attività di famiglia per merito della briglia, carta di colore bianco in uso presso le pasticcerie meridionali nonché negli studi legali. Anche oggi, in piena epoca di posta elettronica ed e-book, rimanere a galla non è facile; per fortuna ci sono ancora l’editoria di lusso e le partecipazioni, che in qualche modo hanno rimpiazzato i dolci della Trinacria e le cartelle degli avvocati.
Fedele all’insegnamento di Don Luigi e alla storia della famiglia Amatruda, legata alla produzione di carta fin dal XV secolo, la figlia Antonietta perpetua il mestiere di famiglia con rigore filologico, coadiuvata in questo dalla sorella Teresa, dal cognato Lucio e dal nipote Giuseppe Amendola, oltreché da un pugno di maestranze legate all’azienda da decenni. In effetti, la produzione della carta a mano nell’antico opificio a ponte sul fiume Canneto è rimasta sostanzialmente invariata rispetto ai procedimenti in uso nel Medioevo per ottenere la «bambagina», come si era soliti designare un tempo la carta di cenci da queste parti. Ora come allora ci si avvale dell’acqua che dai rilievi dell’entroterra amalfitano scende attraverso la Valle dei mulini per dare luogo a impasti di cotone o cellulosa il più possibile liberi da impurità. A testimonianza dell’attività plurisecolare dell’opificio sono le antiche torri, ovvero vasche a forma d’imbuto munite di un tappo; opportunamente sollevato mediante catena, questo convogliava l’acqua verso la ruota e l’albero motore che azionavano i martelli chiodati per la riduzione in poltiglia degli stracci accumulati in apposite vasche note come «pile».
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Il Museo Horne di Firenze
Maria Pilar Lebole
Era nelle intenzioni del suo fondatore, il collezionista e studioso londinese Herbert Percy Horne, fare della propria dimora la sede prestigiosa dove conservare le sue collezioni, ma anche un luogo pulsante di vita utile a conoscere la storia e l'arte. Nelle sale del museo Horne il Santo Stefano di Giotto emerge in tutta la sua importanza, ma la collezione comprende anche autori come Filippo Lippi, Bernardo Daddi, Simone Martini, Pietro Lorenzetti, Dosso Dossi, Antonio Rossellino, Jacopo Sansovino, Agnolo di Polo, Jacopo del Sellaio, Luca Signorelli, Pietro di Giovanni d’Ambrosio, Niccolò di Segna, Piero di Cosimo, Desiderio da Settignano, Bartolomeo Ammannati, Lorenzo di Credi, Carlo Dolci, Gian Lorenzo Bernini, Domenico Beccafumi, il Giambologna e una preziosissima tavola di Masaccio: i pezzi esposti sono oltre seimila.
Dalla fine dell'Ottocento questi capolavori insoliti di pittura, scultura, ceramica, oreficeria, mobili, placchette, sigilli e stoffe convivono elegantemente e in piena armonia nella sede di palazzo Corsi, nel quartiere di Santa Croce a Firenze.
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19 04 2017

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Un nuovo umanesimo
Jennifer Righetti
Chi sa disegnare possiede un grande tesoro, diceva il sommo Michelangelo. E basterebbe ammirare il soffitto della Cappella Sistina per apprezzare appieno la portata di questa considerazione apparentemente elementare. Ma la maestria del leggendario artista italiano è andata ben oltre il disegno e la pittura: Michelangelo è stato scultore, architetto, poeta, e ha perfino studiato la rimozione e il trasporto dei pesanti blocchi di marmo necessari alla sua attività, dalla cava al suo laboratorio. Michelangelo incarna quindi la perfetta sintesi di fantasia e creatività, unite alle rigorose esigenze dell’arte del fare. Una sintesi che dopo la Rivoluzione industriale è divenuta sempre più rara, e che è stata via via sostituita da una progressiva specializzazione e frammentazione del lavoro. Questa perdita dell’ideale unità tra arte e mestiere, saper creare e saper fare ha in molti casi nuociuto all’intelligenza della mano: l’avvento della riproduzione in serie, la perdita progressiva di valore associato ai mestieri d’arte ha posto fortemente in crisi diverse attività artigianali d’eccellenza, profilandone in alcuni casi l’estinzione. Il ruolo del maestro artigiano, un tempo molto apprezzato, nel corso degli ultimi 50 anni è stato infatti minacciato dalla globalizzazione, dalla rivoluzione digitale e dai progressi tecnologici. La svalorizzazione di quello che produciamo con le mani ha creato un divario tra chi «pensa» alle cose, ovvero le progetta, e chi le fa.

Questa difficile e delicata situazione ha attirato l’attenzione del businessman sudafricano Johann Rupert e dell’imprenditore, scrittore e mecenate italiano Franco Cologni. Insieme, i due (legati da un’amicizia di lunga data) hanno deciso di ridare valore alla creatività e all’alto artigianato, creando la Michelangelo Foundation for Creativity and Craftsmanship: un’istituzione privata non-profit basata a Ginevra, che mira a colmare questo divario, ad avvicinare nuovi talenti alle professioni del fare, a stabilire il vero valore della competenza artigiana e a ispirare la nascita di nuove creazioni che riflettano la domanda e il gusto contemporanei.
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02 02 2017
Dipinti di pietra
Mariagabriella Rinaldi
La tradizione splendida del mosaico in pietre dure ha origine nel Rinascimento italiano e trova oggi nella bottega Le Pietre nell’Arte della famiglia Scarpelli a Firenze, nel cuore della città, la sua naturale prosecuzione, nel segno dell’assoluta e riconosciuta eccellenza. Questo particolare mosaico, che consente effetti pittorici e decorativi stupefacenti, è definito «commesso fiorentino»: dal latino committere, che significa mettere insieme, unire.
Nasce nella seconda metà del ’400, ma diviene un’arte grazie all’illuminata politica di mecenatismo della famiglia de’ Medici, prima con il granduca Francesco I e poi con Ferdinando I, fondatore nel 1588 del glorioso Opificio delle pietre dure. I Medici formarono in particolare nelle manifatture fiorentine le maestranze specializzate necessarie a realizzare la magnifica cappella dei Principi in San Lorenzo, capolavoro di questa tecnica. Con l’intarsio delle pietre dure semipreziose furono realizzate opere di straordinario valore, dai mobili agli oggetti d’arredo, fino a magnifiche copie di quadri figurativi, che resero i maestri fiorentini celebri nel mondo per invenzione e tecnica, fino al tramonto della dinastia medicea e lorenese, alla fine del XIX secolo.
L’antica e ardua lavorazione del commesso è la stessa che perpetuano ancora oggi i maestri artigiani Renzo e Leonardo Scarpelli, padre e figlio: padroneggiando con ineguagliabile abilità tutte le fasi di questa tecnica preziosa, dalla scelta delle pietre alla macchiatura al taglio, dalla levigatura alla lucidatura, realizzano stupefacenti «pitture di pietra» sfruttando tutte le sfumature e varietà di colore delle pietre naturali. I loro quadri raggiungono una carica espressiva e una delicatezza pittorica che non smette di suscitare meraviglia, perché non ti aspetti tanta bellezza realizzata in un materiale duro e difficile come la pietra... I paesaggi toscani, Firenze e l’Arno, bambini e animali che giocano, scene campestri, marine, nature morte, fiori, gioielli, oggetti e miniature, riproduzioni di quadri famosi... ci emozionano per la loro poesia e perfetta esecuzione. La tecnica è estremamente difficile e infatti i maestri in attività oggi si contano sulle dita di una mano, e con fatica. Come ha dichiarato Renzo, fondatore dell’ormai celebre bottega fiorentina di via Ricasoli, a pochi passi dal Duomo, dall’Accademia di Belle Arti e dall’Opificio, meta di appassionati e turisti da tutto il mondo, il mosaicista deve essere «un po’ artista e un po’ artigiano». Ma aggiunge che «se non ha pazienza, tecnica e talento, è inutile provare: quelle qualità nessuno gliele può dare».
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02 10 2015

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Creare a mano una reputazione nazionale
Guy Salter

L’industria globale del lusso è tuttora dominata da marchi europei: e questo è un dato di fatto che nel medio termine non dovrebbe conoscere rilevanti cambiamenti. Nonostante molte discussioni, possiamo dire che sono ancora assai pochi i marchi di lusso che sono emersi da mercati in rapida crescita come la Cina, o anche da mercati più maturi come il Nord America. L’Europa rimane il cuore commerciale e spirituale del lusso: un fattore importante, se consideriamo quanti vantaggi competitivi, specialmente nella manifattura, stanno migrando verso est. Una delle ragioni più importanti a spiegazione di questa situazione risiede in quelle che potremmo definire le proprietà culturali del marchio. Per «culturali» mi riferisco a quella reputazione nazionale, difficile da definire eppure assai rilevante, che si è sviluppata a livello regionale o locale in relazione sia a particolari capacità artigianali (pensiamo alla lavorazione della pelle a Firenze, per esempio) sia a una qualità specifica (le briglie in pelle colorate con tinture vegetali tipiche dell’Inghilterra). Ciò è spesso rafforzato da quello che si definisce «heritage», che corrisponde al lungo periodo di tempo durante il quale una particolare competenza è stata sviluppata in una data regione. Presi insieme, questi aspetti culturali e creativi (che contribuiscono alla reputazione del brand e della nazione stessa) rappresentano asset di «soft power» di grande rilevanza, importanti per il successo dell’industria del lusso anche quando non intesi in questa accezione. E la componente artigianale di questo «soft power» è un fattore critico intrinsecamente legato sia ai valori dei singoli brand sia a una più ampia reputazione nazionale.

Credo anche che i brand del lusso non si limitino a essere beneficiari di un «soft power» nazionale positivo, ma che contribuiscano a loro volta, in una sorta di spirale virtuosa, alla reputazione del loro Paese fungendo da ambasciatori, ovvero comunicando (a clienti che si trovano in mercati rilevanti ma lontani) i nostri valori nazionali contemporanei in maniera più efficace e più significativa rispetto a quanto facciano i nostri governi. Analogamente, i settori indipendenti del lusso e del mestiere d’arte possono contribuire ai valori tangibili di autenticità ed esclusività. Élite è forse una brutta parola, ma perché non aspirare a essere i migliori? In Europa cerchiamo di essere una società aperta ed equa, il che contribuisce in maniera non irrilevante alla forza del nostro «soft power»: ma è una conquista che costa cara. Lottare per arrivare agli standard più elevati ripaga in termini di business globale, ma anche a livello locale può ingenerare una legittima aspirazione al miglioramento e un senso di prosperità.

Vorrei quindi dire che sia i brand del lusso sia gli artigiani che nel lusso lavorano dovrebbero essere più fieri e consapevoli del loro contributo culturale e commerciale, da cui viene anche la responsabilità di mantenere gli standard elevati, di investire in nuove risorse, di combattere per preservare le nostre competenze più significative, di innovare. Dobbiamo anche, credo, essere preparati a lavorare più duramente per influenzare la classe politica e spiegare non solo quali siano le nostre credenziali in merito al «soft power», ma anche quali siano i nostri contributi all’economia, alle finanze pubbliche e all’occupazione. Alcuni governi trovano ancora difficile considerare le cose belle e ben fatte alla stregua delle produzioni industriali. E anche se tante piccole e micro imprese portano a numeri consistenti in termini di occupazione, esse tendono a essere troppo difficili da inquadrare da parte dei governi, che non potendole misurare non riescono a valorizzarle e tesaurizzarle. Ma non sono solo i politici quelli che dobbiamo persuadere. Dobbiamo fare in modo che i mestieri d’arte siano maggiormente presi in considerazione anche dai giovani, così che si possa disporre di più apprendisti per il futuro. Per quanto sia spinoso ammetterlo, nonostante alcuni recenti passi avanti il design è ancora visto come una disciplina assai più affascinante che non i mestieri del fare; una parte della soluzione sta dunque nel dare maggior prestigio ai mestieri d’arte, rendendoli così più attraenti.

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Passare il testimone
Jennifer Righetti
I 110 giovani talenti scelti per il progetto «Una Scuola, un Lavoro. Percorsi di Eccellenza», che permette ai migliori maestri d’arte di trasmettere i segreti del loro mestiere agli artigiani del futuro, sono stati festeggiati a Milano con un evento speciale. Se potessi scegliere un mentore, una guida, qualcuno che sappia padroneggiare la propria arte, foggiando con amore e cura i segreti di un saper fare inestimabile, chi sarebbe? Questa è la domanda che alcuni dei più promettenti artigiani italiani hanno la fortuna di porsi direttamente, grazie a un progetto speciale promosso dalla Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte, un’istituzione che ha fatto della salvaguardia del rapporto tra maestro e allievo la sua mission: un rapporto in cui la conoscenza dell’uno rafforza l’entusiasmo crescente dell’altro. «L’opportunità che diamo a questi ragazzi di lavorare con qualcuno che sa non solo creare, ma anche e soprattutto insegnare, quindi un vero maestro, è quel che apprezzo di più in questo progetto», racconta Alberto Cavalli, direttore della Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte. «Da un lato questa capacità di tramandare una professione bellissima, e dall’altro il bisogno di imparare e perfezionare le proprie competenze: insieme questi due elementi possono irradiare una grande energia!». La Fondazione Cologni ha ideato il progetto «Una Scuola, un Lavoro» e fin dal suo avvio, nel 2011, ha finanziato tirocini extra-curricolari per giovani scelti tra i migliori diplomati e laureati delle scuole di arti e mestieri d’Italia, permettendo loro di trascorrere sei mesi fianco a fianco a un grande maestro artigiano.
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  • Gli Artigiani Wellmade

    Un lavoro ben fatto vale di più

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  • WELL IS MORE

    Wellmade è la piattaforma che permette di scoprire i migliori artigiani, valutare il loro lavoro spazio e recensire la qualità dei loro prodotti e servizi su misura, nella produzione, manutenzione e riparazione. Wellmade è un aggregatore per la ricerca, la conoscenza e la condivisione di tutto ciò che è “ben fatto”, portato avanti da una community di utenti ed esperti, all’interno di un’esperienza social gratificante e culturalmente evoluta, costruita per promuovere il vasto panorama di iniziative legate all’artigianato di qualità.  

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    • Un punto di riferimento internazionale per l'arte dell'incisione
      Urbinate di nascita, Corrado Albicocco negli anni Settanta si trasferisce per insegnare a Udine. Dal 1994, la Stamperia d’Arte Albicocco in via Ermes Colloredo è un punto di riferimento per la stampa di opere incise. Nella “bottega” di Corrado transitano i più importanti maestri dell’arte incisa italiani e stranieri: solo per citarne alcuni, Giuseppe Zigaina, Emilio Vedova, Piero Guccione… La Stamperia si distingue, inoltre, per le mostre che ospita come galleria e per la cura di raffinati libri d’artista.
    • Un cenacolo della tipografia
      La Stamperia Tallone ad Alpignano è, per gli appassionati, un vero cenacolo della tipografia. Enrico, che ha ereditato dal padre Alberto la maestria dell’arte, pubblica con il prezioso aiuto dei figli Lorenzo, Elisa ed Eleonora vere gemme editoriali. La composizione a mano dei testi e l’impeccabile stampa su carte raffinate sono il segreto di libri che profumano d’inchiostro e di passione.
    • Un talento made in Italy
      Nicola Frignani compare con forza creativa sul palcoscenico dell’arte applicata italiana nei primi anni Novanta, presentando con i fratelli Claudia e Mattia una collezione di arredi e complementi sotto il brand Wunderkammerstudio.
      Oggi Nicola collabora con Barbara d'Incecco, proponendo la nuova collezione NB Milano, dove si evidenziano le sue migliori caratteristiche di progettista, artigiano, scultore e maker, che lo differenziano da altri designer.
      La sua visione, radicata nella migliore tradizione italiana, guarda al mondo con approccio contemporaneo ed è da anni il segreto del suo successo.
    • Restauratori dei dipinti

      Le forme della poesia
      Fondato nel 1973 da Giorgio Funaro e Rita Rivelli, Studio Forme è un laboratorio che si divide tra restauro e creazione di oggetti in vetro e ceramica. La magia dello spazio è garantita dalla presenza di pezzi vintage e nuove realizzazioni, che si distinguono per un delicato equilibrio tra decorazione e design, tra perfezione e unicità. La vicinanza con la chiesa di Santa Cecilia fornisce un ulteriore valido motivo per visitare questo splendido luogo di lavoro e poesia.
    • Tessitori e tintori

      Creativo eclettico e cosmopolita
      Il mondo di Eugenio Vazzano è vasto, come la sua visione, risultato di una vita di viaggi e di esperienze lavorative, che lo ha portato da Firenze, dove ha compiuto studi Accademici, negli Stati Uniti per sperimentare e fondere la sua esperienza con le tradizioni americane country e folk.
      Siciliano cosmopolita, artista, maker, autore di fashion e home collection, oltre che di prodotti agroalimentari e saponi, confezionati all’antica con olio d’oliva ed essenze profumate, abbinati a sacchetti di tessuto contenenti profumi per il guardaroba.
      Da poco tempo, dall’amore per la sua terra, è nata Tasting Sicily, una società che produce e commercializza il meglio dei prodotti della terra siciliana: marmellate, sughi, patè e sale profumato di aromi.
    • Una tradizione secolare che si rinnova
      Caltagirone, terra di antica tradizione ceramica, ospita la più longeva manifattura ceramica d’Italia. Nove generazioni di ceramisti, dalla prima metà del ‘700, continuano ad operare nell’incanto di smalti e colori per realizzare manufatti di pregio. La Bottega Iudici è oggi gestita da Alessandro e Marco, rispettivamente modellatore e decoratore, che con grande maestria propongo oggetti della tradizione (lucerne, vasi antropomorfi, fischietti, brocche piatti), a volte rivisitati e riattualizzati, mai dimenticando l’antico sapore del fare.

    • Oggetti carichi di storie e sentimenti
      Come spesso accade nelle botteghe italiane, la tradizione continua passando dai senior agli junior. Algranti Lab esprime un’estetica nuova, ereditata dalla creatività di Costanza Algranti, realizzata attraverso l'utilizzo di materiali non nuovi, dove il riciclo è arte.
      Infatti, il plus di questi manufatti non è il riciclo in sé ma l'effetto che suscitano: le lamiere, le lastre di rame e i legni corrosi dal tempo vengono riutilizzati con scrupolo e riadattati a nuovi spazi e a nuove esigenze. Essi raccontano una storia: hanno già avuto una vita e sono sopravissuti. E al tempo sopravvivono solo le cose migliori, oltre ai sentimenti. Ecco, gli oggetti di cui parliamo hanno dei sentimenti e li esprimono.

    • Maker tra i più innovativi e imprenditore di successo.
      Davide Grosso apre la sua azienda GLab nel 2000, presentando sul mercato una collezione di mobili e complementi di arredo davvero inedita: le Edizioni, grande leitmotif degli anni '50 italiani.
      L’artigianato si confronta apertamente con la tecnologia attraverso il progetto di pezzi unici e customized, con la possibilità di replicare la produzione senza perdere l’unicità.
      Negli anni successivi la collezione si arricchisce di legni, interventi di laccatura e altre tecniche tratte dal mondo dell’antiquariato, che Davide conosce bene e sperimenta fin dall’inizio della sua carriera.
      Oggi, con il contributo di Giampaolo Celada e Cristina Meucci, architetti, GLab interpreta le esigenze di un pubblico raffinato ed internazionale, che desidera unicità ed eccellenza per gli arredi delle proprie dimore e luoghi di lavoro.

    • Artigiani del vetro

      Deliziose sculture in vetro
      Le sue creazioni, caratterizzate spesso da una cifra ironica, sono eseguite con grande sapienza. Come la serie dei cioccolatini, che imita in modo perfetto le più raffinate creazioni dei maître chocolatier e si possono indossare come golose perle con il foro passante.
    • Maestro esperto del Bucchero
      La collaborazione con il laboratorio creativo Antonio Rossi, nasce dopo un viaggio a Gubbio, terra etrusca e quindi di Bucchero. Gaetano Rossi, che prosegue con passione il percorso iniziato dal padre negli anni ’30, può essere definito come uno dei massimi esperti nella lavorazione, brunitura e cottura a carbone di questo incredibile materiale.