Ad Amalfi, in un antico opificio a ponte sul fiume Canneto, la famiglia Amatruda continua a produrre fogli a mano, mantenendo sostanzialmente invariati i procedimenti. Come nel Medioevo
Alberto Gerosa

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Un grazie alla cassata siciliana. È infatti anche merito dello squisito dessert insulare se la cartiera Amatruda è riuscita a sopravvivere fino ai nostri giorni. Negli anni più difficili della prima metà del ’900, allorché l’industrializzazione sistematica e lo sviluppo di più moderne arterie commerciali penalizzavano pesantemente la sempre più isolata Amalfi, Ferdinando Amatruda e suo figlio Luigino (quello stesso Don Luigi che in età matura sarebbe divenuto il beniamino degli editori più raffinati) riuscivano a mantenere in vita l’attività di famiglia per merito della briglia, carta di colore bianco in uso presso le pasticcerie meridionali nonché negli studi legali. Anche oggi, in piena epoca di posta elettronica ed e-book, rimanere a galla non è facile; per fortuna ci sono ancora l’editoria di lusso e le partecipazioni, che in qualche modo hanno rimpiazzato i dolci della Trinacria e le cartelle degli avvocati.
Fedele all’insegnamento di Don Luigi e alla storia della famiglia Amatruda, legata alla produzione di carta fin dal XV secolo, la figlia Antonietta perpetua il mestiere di famiglia con rigore filologico, coadiuvata in questo dalla sorella Teresa, dal cognato Lucio e dal nipote Giuseppe Amendola, oltreché da un pugno di maestranze legate all’azienda da decenni. In effetti, la produzione della carta a mano nell’antico opificio a ponte sul fiume Canneto è rimasta sostanzialmente invariata rispetto ai procedimenti in uso nel Medioevo per ottenere la «bambagina», come si era soliti designare un tempo la carta di cenci da queste parti. Ora come allora ci si avvale dell’acqua che dai rilievi dell’entroterra amalfitano scende attraverso la Valle dei mulini per dare luogo a impasti di cotone o cellulosa il più possibile liberi da impurità. A testimonianza dell’attività plurisecolare dell’opificio sono le antiche torri, ovvero vasche a forma d’imbuto munite di un tappo; opportunamente sollevato mediante catena, questo convogliava l’acqua verso la ruota e l’albero motore che azionavano i martelli chiodati per la riduzione in poltiglia degli stracci accumulati in apposite vasche note come «pile».
C'era una volta la carta
Oggi come secoli addietro gli artigiani formano i fogli e ne determinano la grammatura immergendo nell’impasto una tela di fili in bronzo fittamente intrecciati (alcuni fili andranno a determinare i contorni della filigrana) e incorniciati da una bordura in pino marittimo, detta cassio. E proprio come in passato, l’operaio ponitore provvede poi a trasferire il foglio sul feltro e a ripetere l’operazione fino a quando si è formata una pila di fogli alternati a feltri, che verrà successivamente pressata per eliminare l’acqua eccedente. Segue poi la fase dell’asciugatura, che ancora oggi ha luogo nello stanzone ottocentesco noto come spandituro, situato al piano superiore e ben ventilato grazie alla presenza di finestroni. Ai caratteristici telai o «tese» in fil di ferro zincato usati un tempo per stendervi i fogli ancora umidi si affianca ora il forno a emissione di aria calda, armato pure esso di telai. La sequenza tradizionale delle ulteriori fasi di lavorazione prevedeva il collaggio mediante pelli animali bollite, un’apposita pressatura e la lisciatura finale mediante ‘o maglietto, speciale martello dalla testa liscia.

Presso Amatruda sono nondimeno in uso ulteriori metodi di lavorazione; la successione dei macchinari di epoche diverse da un locale all’altro dell’opificio è una sorta di compendio dell’evoluzione dell’industria della carta. Passiamo così dall’innovazione seicentesca nota come macchina olandese, dove lo spappolamento dei cenci è affidato a un cilindro dotato di lame, per arrivare al tamburo in tondo, introdotto nell’800. Quest’ultimo riprende il principio della produzione manuale, sostituendo alla tela un cilindro anch’esso costituito da un intreccio di fili bronzei e in grado di realizzare fogli continui adagiati su un ponitore in feltro, pressati da un rullo in granito e raccolti da un «manganello» ligneo. Amatruda possiede un macchinario originale ottocentesco di questa tipologia, realizzato in ferro; per la produzione in tondo attuale la cartiera opta tuttavia per una replica più recente, dove le uniche differenze sono date dalla struttura in acciaio (più affidabile di quella in ferro, cagione della presenza d’impurità sui fogli), dal vibrovaglio al posto della vasca di sedimentazione e, soprattutto, dalla produzione dei fogli uno a uno, senza sfrangiature innaturali dovute a strappi.
C'era una volta la carta
Il risultato sono carte dei formati più disparati (si va dai biglietti da visita ai fogli 70x100) e qualità difficilmente eguagliabile, come constatato dallo stesso Massimo Cacciari, che di carta e libri se ne intende parecchio... Candidi fogli che nondimeno raccontano in modo quanto mai eloquente la terra in cui vedono la luce, con la sua natura, le sue acque e il suo sapere artigianale diretto erede delle tecniche che i mercanti amalfitani appresero circa un millennio fa dagli Arabi, venuti a loro volta a conoscenza del segreto della carta nell’ambito dei loro commerci lungo le sconfinate vie carovaniere dell’Asia. Peccato solo che Antonietta Amatruda e i suoi parenti non commercializzino i loro fogli ottenuti dall’aggiunta nell’impasto di fiori di campo (borragine, sambuco, bocche di lupo, fiori di cipolla dall’effetto madreperlaceo...), raccolti a maggio nei boschi circostanti l’opificio... Beh, chissà che non ci ripensino!
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