Quarta generazione di un’importante dinastia orafa fiorentina, nominato MAM – Maestro d’Arte e Mestiere dalla Fondazione Cologni nel 2020, Tommaso Pestelli ha costruito un percorso personale che gli ha consentito di ampliare gli orizzonti della storica bottega di famiglia partendo da sé e dalla sua innata vocazione a cercare, negli oggetti, l’equilibrio tra natura e opera dell’uomo: quella magia che ha ammirato, fin da giovane studente, nelle grandi collezioni medicee.
Nella sua bottega, ogni creazione – dal gioiello più semplice al grande objet d’art ispirato alla tradizione rinascimentale e manierista – passa dalle sue mani. È una scelta, prima ancora che una forma di controllo: ogni creazione deve rappresentare il suo sguardo, la sua idea, la sua responsabilità. Eppure, ci racconta, la bottega non potrebbe essere quello che è diventata se non fosse stato per suo padre, che ha assecondato le sue inclinazioni, per sua moglie, che gli sta a fianco, e anche per suo figlio, che lo indirizza verso il futuro.

La sua formazione ha attraversato la Bottega, l’Accademia e l’Opificio: come ha trovato una sua strada personale?
Devo molto a mio padre e alla sua intuizione. Ha capito presto il mio bisogno di esprimermi, la voglia di fare qualcosa di mio, e sapeva che mi sarei sentito “stretto” nelle sole dimensioni del gioiello, se inteso in senso tradizionale. Prima ha assecondato il mio desiderio di studiare scultura all’Accademia di Belle Arti. La vera folgorazione è però arrivata grazie alla possibilità di ammirare le grandi collezioni medicee, dove il gioiello è anche scultura, oggetto d’arredo, meraviglia tecnica e fantasia pura. È così nata anche l’idea di lasciarmi approfondire il restauro presso l’Opificio delle Pietre Dure: è stata una scuola straordinaria, che mi ha insegnato il rispetto per i materiali, la loro storia, la loro fragilità. Passo a passo, ho trovato la mia strada personale, assecondando pure una particolare predilezione per quei dettagli nascosti, quelle soluzioni creative tra tecnica ed estetica, quei “capricci” che sono tipici della grande tradizione fiorentina.
Nel suo lavoro la parola equilibrio è ricorrente. Che cosa significa per lei?
Ho una naturale propensione per l’equilibrio, alimentata dallo studio dei classici. In particolare, amo tutti quegli oggetti del passato che, appena li guardi, ti restituiscono proprio una sensazione di perfetto equilibrio tra natura e artificio. Penso a opere in cui conchiglie, coralli e pietre dure dialogano con l’oro, con i metalli, con l’invenzione dell’uomo. Talvolta, ciò che crea armonia è proprio un elemento apparentemente dissonante.

Nella sua pratica lei si confronta quotidianamente non solo con la tradizione fiorentina ma anche con quella di famiglia. Che ruolo ha l’archivio Pestelli nel suo processo creativo?
È un archivio privato che rappresenta un’inesauribile fonte di ispirazione. Conserviamo migliaia di modelli d’argento, disegni, frammenti, parti di oggetti ornamentali. Spesso mi sorprendo ad ammirarli e a pensare che siano fatti meglio di come li saprei fare io. Mi affascina molto la libertà con cui, a fine Ottocento, si mescolavano stili diversi: classico, rinascimentale, naturalistico. Amo quella capacità di ibridazione. L’archivio non è un repertorio da copiare, ma un terreno fertile dove le idee si intrecciano e si trasformano.
La vostra clientela è molto eterogenea: grandi famiglie fiorentine e internazionali, turisti, marchi del lusso con cui collaborate. Come si riflette questo nella produzione della bottega?
Naturalmente la produzione si differenzia in base alla committenza, ma c’è un punto fermo: ogni singolo oggetto che esce dalla bottega passa dalle mie mani. È un controllo, certo, ma soprattutto è un’assunzione di responsabilità. Deve rappresentare me, il mio nome, il mio sguardo.
I miei oggetti d’arte, quelli che più si avvicinano alla tradizione tardo rinascimentale e manierista, nascono sempre da una mia idea. Spesso tutto inizia da un innamoramento: una pietra particolare, una conchiglia, un corallo, un uovo di struzzo. La fantasia, unita all’esperienza, mi guida gradualmente verso la forma finale. È prezioso quando incontro un committente con cui c’è una corrispondenza di sensibilità: nasce un piacere condiviso che è alla base di vere relazioni umane, prima ancora che commerciali.

Accanto a lei lavora anche sua moglie. Con lei che tipo di dialogo si crea?
Ho conosciuto Eva durante gli studi, e tutto sarebbe stato diverso se non ci fosse stata lei al mio fianco. È un’artista affermata che si occupa di grafica, e porta in bottega tutto il suo mondo, fatto di uno sguardo diverso ma anche di una straordinaria creatività. Non solo segue con attenzione il rapporto con i clienti ma contribuisce anche in fase di progettazione e, viste le sue abilità nell’incisione, anche nella decorazione e finitura.
Suo figlio rappresenta invece un possibile futuro della bottega. Qual è il suo ruolo?
Mio figlio Paul ha vent’anni e studia product design. Mi stimola molto sul fronte dell’innovazione: strumenti, tecnologie, nuovi processi. Io credo che questi processi debbano essere integrati nella pratica artigiana ma debbano sempre restare complementari al lavoro manuale, perché solo il gesto dell’uomo dona all’oggetto una vita che va oltre la perfezione tecnica. Mi spinge anche verso prodotti dal gusto più pulito e contemporaneo e verso collaborazioni con designer, che ci interessano molto. Stiamo lavorando, ad esempio, al progetto “Doppia Firma” della Fondazione Cologni, che sarà presentato alla prossima Milano Design Week e che ci vedrà impegnati nella creazione di un oggetto progettato da un importante nome del design.

Guardando al suo percorso, che cosa sente di aver ricevuto e che cosa vorrebbe trasmettere?
Mi ritengo molto fortunato. La mia famiglia ha creduto nel mio sogno, mi ha dato fiducia e spazio. Mi ha permesso di ritagliarmi un percorso non lineare, di studiare scultura e restauro, di arricchire le mie capacità in modo organico e di vedere supportate le mie inclinazioni personali. È qualcosa che auguro a tutti i giovani: avere il tempo e la libertà di capire davvero chi sono.

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