È solo la passione a dare senso al lavoro

Scriveva Theodor Adorno che «la libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta». Una riflessione che mi sembra molto adatta per descrivere la situazione in cui ci troviamo, dove spesso, anziché ricercare la fertile unione di principi complementari, si persegue solo e soltanto una direzione, svilendo così la ricchezza che nasce dalla diversità.

Quando si considera il modello economico non solo italiano, ma anche di tanti Paesi europei, infatti, spesso si tende a riflettere in senso dicotomico: industria contro artigianato, digitale contro manuale e così via. Ma non è certo questo il modello economico più adatto per comprendere le prospettive di crescita dei Paesi come i nostri, dove l’economia si basa anche sulla cultura: una cultura intesa non solo come patrimonio museale, ma anche come preziosa eredità di saper fare, di saper progettare, di saper creare a regola d’arte. Cultura e lavoro, ovvero: cultura del lavoro. Di un lavoro fatto non da insetti, ma da esseri umani, che dedicano la propria vita e la propria creatività al raggiungimento di una perfezione funzionale che fa storia tanto quanto la creatività. Secondo le previsioni dell’ex direttore di Wired, Chris Anderson, riportate dall’economista Stefano Micelli, la prossima rivoluzione industriale sarà guidata da una nuova generazione di piccole imprese operative a cavallo tra altissima tecnologia e artigianato, in grado di fornire prodotti innovativi che siano estremamente personalizzabili e in edizioni limitate. Una prospettiva che però, se ci pensiamo, è già una realtà operativa e fruttuosa in tanti dei campi in cui l’Italia eccelle: dalla moda al design, dalla nautica alla gioielleria. Tante nostre imprese, spesso piccole o familiari, si sono negli anni sapute imporre come partner di rilievo per tanti gruppi del lusso che qui vengono a far realizzare scarpe, borse, abiti, gioielli; perché oltre a una grande capacità artigianale, qui si trovano anche (e ancora) abili maestri in grado di far evolvere le tecniche e le arti, ovvero di offrire capacità di innovazione che procedono di pari passo con il mantenimento del grande patrimonio culturale e artigianale accumulato nei secoli. Intendiamoci: la capacità di muovere bene le mani non è appannaggio esclusivo di nessuno. Ma in Europa, e in tutto il mondo, vi sono distretti o addirittura città dove alcune lavorazioni sono ormai diventate parte del Dna, si respirano nell’aria, si incontrano negli occhi e nelle mani delle persone; ci sono territori dove il materiale e l’immaginario si incontrano per permettere a oggetti magnifici, espressivi, funzionali di vedere la luce grazie al lavoro e alla creatività.

Forse è proprio in quest’area di incontro tra tecnologia e artigianato, tra design (inteso come cultura del progetto) e capacità di interpretazione, tra visione prospettica e sapienza storica che ci sono margini di crescita interessanti per tutti coloro che, ieri come oggi, sanno che il futuro è di chi sa vedere oltre il bianco e nero della realtà per ricercare soluzioni nuove, creative, à la carte. Soluzioni su misura per bisogni sempre nuovi, che però in fondo sono antichi come l’uomo: il bisogno di riconoscerci in un oggetto che ci parli di noi stessi, in un gesto che non sia solo bruta azione sulla materia ma consapevole trasformazione di essa, in uno sguardo che non veda solo il profitto immediato ma anche l’investimento su un capitale futuro. Un capitale fatto di sapere e di saper fare, che sia quindi insensibile alle variazioni della borsa e inalienabile nelle tristi compravendite finanziarie che non valorizzano mai l’unica cosa che dà senso al lavoro: la passione.

Photo credit: Emanuele Zamponi

BottegaNove

BottegaNove realizza mosaici decorati in ceramica e porcellana.
Abbiamo incontrato Christian Pegoraro, terza generazione di maestri ceramisti, che ha saputo interpretare in chiave innovativa l’antica tradizione della lavorazione ceramica.

Qual è la storia di BottegaNove? Come è iniziata la vostra attività?
BottegaNove nasce a fine 2013 con l’intenzione di produrre mosaici decorati in ceramica e porcellana con lavorazioni derivate dalla ceramica artistica. Sono cresciuto a Nove in mezzo alle ceramiche, mio nonno ha aperto la sua manifattura artistica nel 1964, portata avanti poi da mio padre e oggi da me insieme ad un altro socio.
Negli anni abbiamo collaborato con alcune importanti aziende del settore del rivestimento realizzando per loro decorazioni particolari caratterizzate da una elevata manualità e da un’alta artigianalità. Grazie a questa esperienza sul campo e al saper fare della tradizione di Nove, ho deciso di intraprendere un percorso individuale di produzione di mosaici decidendo fin da subito di approcciare la materia in modo nuovo grazie alla collaborazione con persone esterne alla produzione e capaci di lavorare con le idee e la creatività in campi trasversali, come l’architetto Cristina Celestino.

Che tipo di prodotti realizzate?
Realizziamo principalmente mosaici decorati da rivestimento in ceramica e porcellana. Lavoriamo anche nel campo della ceramica artistica, soprattutto con produzioni “tradizionali”, ma stiamo ora lavorando ad una contaminazione tra produzione da rivestimento (bidimensionale) e produzione in ceramica artistica, per arrivare anche in questo campo, a risultati inediti e di ricerca.
Ci consideriamo un’isola felice nel panorama del mosaico e delle piastrelle in genere: siamo tra i pochi a portare avanti una tradizione di produzione e di decorazione manuale delle singole tessere a fronte di un panorama standardizzato e anonimo nel settore del rivestimento.
La collezione Plumage rappresenta la sintesi del nostro saper fare e della ricerca e della visione creativa di Cristina Celestino. Per questo progetto sono stati creati degli stampi ad hoc che danno forma a tessere tridimensionali e con nervature in bassorilievo. Il progetto è declinato sia in porcellana (con impasto 100% Limoges) che in ceramica. La porcellana viene tinta in pasta, mentre le tessere in ceramica possono essere o monocromatiche (con o senza lustri cangianti) o decorate manualmente. Il mondo di riferimento è quello del piumaggio degli uccelli: la varietà è data sia dalla colorazione delle piume che dalle molteplici composizioni che si possono ottenere con queste.
Così i punti forti della nostra manifattura sono esaltati da questo progetto che ci permette, all’interno di un unico tema, di spaziare in un gamma infinita di decorazioni, anche custom, e ancora di ottenere i risultati più svariati componendo diversi tipi di tessere (come abbiamo fatto nei pannelli che mostreremo al Fuorisalone). Le vibrazioni sia cromatiche che materiche date dalle tessere fanno di questo progetto versatile e ricco un vero progetto di interior design.

Ezia Di Labio

Qual è la sua storia? Come è iniziata la sua attività?
Diplomata al Liceo Artistico a Pescara mi sono trasferita a Bologna dove ho cominciato a studiare il violino. Facevo curare il mio strumento al maestro liutaio Otello Bignami e praticamente passavo più tempo nel suo laboratorio che ad esercitarmi: il suo lavoro mi appassionava più dello studio e lui, persona estremamente sensibile, lo aveva capito. Per questo motivo mi propose di iscrivermi al corso di 4 anni di formazione di liutai che si sarebbe tenuto a Bologna sotto la sua guida: ho cominciato così, per caso!

Quali sono le caratteristiche del metodo bolognese nella costruzione di un violino?
Nella storia i maestri della scuola bolognese hanno espresso carattere, personalità e stile, con forme e modelli assolutamente riconoscibili; il percorso costruttivo è caratterizzato dall’utilizzo della forma interna, i bordi sono ben arrotondati, le punte del filetto hanno l’inconfondibile “pungiglione”. La vernice bolognese è riconoscibile per i toni rossi.

Hèléne Moreau

Qual è la sua storia? Come è iniziata la sua attività?
Nel 1986 sono andata a vivere a Palermo, raggiungendo un gruppo di amici musicisti, artigiani ed artisti. Provenivo da esperienze di lavoro in ambito sociale in Francia e con questo bagaglio mi sono inserita nella vita palermitana, dove ho vissuto nuove esperienze nel campo teatrale.
Questa per me è stata un’occasione importante poiché ho potuto sperimentare la tecnica del Serti su seta (una tecnica di colorazione) sia nella realizzazione di costumi teatrali che nel loro utilizzo scenografico.

Come mai ha scelto come location proprio Ortigia?
Con il mio compagno, diventato poi mio marito, abbiamo creato un corso professionale di decorazione su stoffa dove ho insegnato la tecnica del Serti a numerose donne dei quartieri popolari e non di Palermo. In seguito ho lavorato per le rappresentazioni classiche, realizzando i costumi per il Curculio di Plauto, ed ho scoperto in quell’occasione Ortigia, meravigliosa perla bianca affacciata su un mare splendente…Tanta ispirazione per la mia produzione di foulards di seta!
Nel 1992 ci siamo quindi trasferiti a Ortigia. A quei tempi nulla prevedeva uno sviluppo turistico della zona, tuttavia mi sono lanciata con passione nel mio lavoro .
Adesso che Ortigia è divenuta un centro turistico molto frequentato io continuo con sempre maggiore stimolo la produzione artigianale.

Il Museo Horne di Firenze

Era nelle intenzioni del suo fondatore, il collezionista e studioso londinese Herbert Percy Horne, fare della propria dimora la sede prestigiosa dove conservare le sue collezioni, ma anche un luogo pulsante di vita utile a conoscere la storia e l’arte. Nelle sale del museo Horne il Santo Stefano di Giotto emerge in tutta la sua importanza, ma la collezione comprende anche autori come Filippo Lippi, Bernardo Daddi, Simone Martini, Pietro Lorenzetti, Dosso Dossi, Antonio Rossellino, Jacopo Sansovino, Agnolo di Polo, Jacopo del Sellaio, Luca Signorelli, Pietro di Giovanni d’Ambrosio, Niccolò di Segna, Piero di Cosimo, Desiderio da Settignano, Bartolomeo Ammannati, Lorenzo di Credi, Carlo Dolci, Gian Lorenzo Bernini, Domenico Beccafumi, il Giambologna e una preziosissima tavola di Masaccio: i pezzi esposti sono oltre seimila.
Dalla fine dell’Ottocento questi capolavori insoliti di pittura, scultura, ceramica, oreficeria, mobili, placchette, sigilli e stoffe convivono elegantemente e in piena armonia nella sede di palazzo Corsi, nel quartiere di Santa Croce a Firenze.

Passare il testimone

I 110 giovani talenti scelti per il progetto «Una Scuola, un Lavoro. Percorsi di Eccellenza», che permette ai migliori maestri d’arte di trasmettere i segreti del loro mestiere agli artigiani del futuro, sono stati festeggiati a Milano con un evento speciale. Se potessi scegliere un mentore, una guida, qualcuno che sappia padroneggiare la propria arte, foggiando con amore e cura i segreti di un saper fare inestimabile, chi sarebbe? Questa è la domanda che alcuni dei più promettenti artigiani italiani hanno la fortuna di porsi direttamente, grazie a un progetto speciale promosso dalla Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte, un’istituzione che ha fatto della salvaguardia del rapporto tra maestro e allievo la sua mission: un rapporto in cui la conoscenza dell’uno rafforza l’entusiasmo crescente dell’altro. «L’opportunità che diamo a questi ragazzi di lavorare con qualcuno che sa non solo creare, ma anche e soprattutto insegnare, quindi un vero maestro, è quel che apprezzo di più in questo progetto», racconta Alberto Cavalli, direttore della Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte. «Da un lato questa capacità di tramandare una professione bellissima, e dall’altro il bisogno di imparare e perfezionare le proprie competenze: insieme questi due elementi possono irradiare una grande energia!». La Fondazione Cologni ha ideato il progetto «Una Scuola, un Lavoro» e fin dal suo avvio, nel 2011, ha finanziato tirocini extra-curricolari per giovani scelti tra i migliori diplomati e laureati delle scuole di arti e mestieri d’Italia, permettendo loro di trascorrere sei mesi fianco a fianco a un grande maestro artigiano.

Dipinti di pietra

La tradizione splendida del mosaico in pietre dure ha origine nel Rinascimento italiano e trova oggi nella bottega Le Pietre nell’Arte della famiglia Scarpelli a Firenze, nel cuore della città, la sua naturale prosecuzione, nel segno dell’assoluta e riconosciuta eccellenza. Questo particolare mosaico, che consente effetti pittorici e decorativi stupefacenti, è definito «commesso fiorentino»: dal latino committere, che significa mettere insieme, unire.
Nasce nella seconda metà del ’400, ma diviene un’arte grazie all’illuminata politica di mecenatismo della famiglia de’ Medici, prima con il granduca Francesco I e poi con Ferdinando I, fondatore nel 1588 del glorioso Opificio delle pietre dure. I Medici formarono in particolare nelle manifatture fiorentine le maestranze specializzate necessarie a realizzare la magnifica cappella dei Principi in San Lorenzo, capolavoro di questa tecnica. Con l’intarsio delle pietre dure semipreziose furono realizzate opere di straordinario valore, dai mobili agli oggetti d’arredo, fino a magnifiche copie di quadri figurativi, che resero i maestri fiorentini celebri nel mondo per invenzione e tecnica, fino al tramonto della dinastia medicea e lorenese, alla fine del XIX secolo.
L’antica e ardua lavorazione del commesso è la stessa che perpetuano ancora oggi i maestri artigiani Renzo e Leonardo Scarpelli, padre e figlio: padroneggiando con ineguagliabile abilità tutte le fasi di questa tecnica preziosa, dalla scelta delle pietre alla macchiatura al taglio, dalla levigatura alla lucidatura, realizzano stupefacenti «pitture di pietra» sfruttando tutte le sfumature e varietà di colore delle pietre naturali. I loro quadri raggiungono una carica espressiva e una delicatezza pittorica che non smette di suscitare meraviglia, perché non ti aspetti tanta bellezza realizzata in un materiale duro e difficile come la pietra… I paesaggi toscani, Firenze e l’Arno, bambini e animali che giocano, scene campestri, marine, nature morte, fiori, gioielli, oggetti e miniature, riproduzioni di quadri famosi… ci emozionano per la loro poesia e perfetta esecuzione. La tecnica è estremamente difficile e infatti i maestri in attività oggi si contano sulle dita di una mano, e con fatica. Come ha dichiarato Renzo, fondatore dell’ormai celebre bottega fiorentina di via Ricasoli, a pochi passi dal Duomo, dall’Accademia di Belle Arti e dall’Opificio, meta di appassionati e turisti da tutto il mondo, il mosaicista deve essere «un po’ artista e un po’ artigiano». Ma aggiunge che «se non ha pazienza, tecnica e talento, è inutile provare: quelle qualità nessuno gliele può dare».

AA cercasi, ovvero il filo rosso che lega artisti e artigiani

La questione A-A, vale a dire tra Arte e Artigianato, è annosa e complessa: una diatriba sviluppata soprattutto nel tempo della modernità, ma che le pratiche dell’arte concettuale sembrano aver riacutizzato a partire dagli anni 60. Tuttavia anche quest’ultime non sarebbero potute esistere se non avessero avuto la possibilità di appoggiarsi anche alle pratiche artigianali. In un certo senso sono proprio le modalità dell’arte concettuale a dare maggior forza alla relazione con l’artigianato. Naturalmente per artigianato non bisogna intendere soltanto le pratiche tradizionali, ma anche quelle legate all’industria. Questo potrà apparire un controsenso, ma non lo è. Come esempio può valere quello del neon nell’uso di due artisti di stampo concettuale come il minimalista Dan Flavin, che impiega il neon senza alcun intervento artigianale, servendosi dei tubi-lampade di neon standard acquistati in un negozio di materiale elettrico, mentre Joseph Kosuth usa il neon in forma di scritte, fornendo i testi al neonista, che è un artigiano che gli dà forma. Più evidente in questo è l’uso del neon fatto da artisti come Lucio Fontana, di cui tutti ricordiamo il Concetto spaziale, un grande disegno-ghirigoro alla IX Triennale di Milano del 1951, o nella sua scia i segni e le scritte di neon di Mario Merz e ancora più vicino a noi, e più vicino formalmente al disegno di Fontana, Pietro Roccasalva con Jockey Full of Bourbon II (2006), un segno-disegno di neon volto a occupare lo spazio dal soffitto al pavimento.

Ho voluto fare questi esempi per prendere la questione di petto e per sottolineare che ci sono varie forme e modi dell’artigianalità, senza la quale non esisterebbero molte opere considerate centrali nella modernità e contemporaneità, come le sculture di metallo scatolare di Dan Flavin realizzate da abilissimi artigiani del metallo e del legno che con la loro sapienza e precisione sfidano le capacità dell’industria. Detto questo, e potremmo ancora continuare a fare esempi, va anche sottolineato che il concettualismo e il minimalismo duro dei Ko-suth o dei Judd si sono presentati, pure per ordine degli autori, come un rifiuto dell’artigianalità, anche perché in loro era insito il presupposto che fosse l’idea a contare e che non dovevano sporcarsi le mani, dato che all’artigianalità viene associata soprattutto la capacità manuale di creare. A seguito di ciò c’è stata una reazione dopo la metà degli anni 70 da parte di alcuni artisti che hanno ricominciato ad affermare il potere delle mani, la sapienza del fare: come Enzo Cucchi, che faceva fuoriuscire dalle sue pitture delle lingue di ceramica, o le circondava di cornici in ceramica, passando successivamente a fare delle sculture nello stesso materiale, spesso in forma di vaso, soprattutto servendosi degli artigiani di Castelli in Abruzzo, ma anche di Vietri in Campania, in cui ha realizzato una famosa opera a quattro mani con Ettore Sottsass. Per portare acqua al mulino iniziale va detto che anche Cucchi per le ceramiche non mette le mani in pasta, ma sono gli artigiani a realizzarle fisicamente, per cui tra un neon di Fontana e Kosuth e una scultura di Cucchi sul piano della pratica realizzativa non paiono esserci molte differenze. Ma è ovvio che quando si vede un’opera fatta con una scritta al neon non ci viene da pensare alla mano artigiana, mentre per un vaso, o una scultura di ceramica, o legno, sì.

Ci sarebbe poi da chiedersi perché questo senso di artigianalità ci appare meno per una scultura in marmo: forse è per la maggiore nobiltà del materiale? Comunque sia il passaggio tra anni 70 e 80 sta nel fatto che a partire dalla fine di questi ultimi gli artisti non si sono più vergognati di esaltare le qualità artigiane, anzi ne mostrano, sia nelle dichiarazioni sia con le opere, una certa fierezza. Un processo che nell’arte è stato anticipato dall’artista concettuale italiano Alighiero Boetti, allorché, già agli inizi degli anni 70, aveva cominciato a fare delle opere frutto del lavoro di ricamatrici di arazzi e tessitrici di tappeti afghane. Qui l’artigianalità veniva esaltata e, per questo, nell’epoca di neoartigianato in cui ci troviamo oggi, molti artisti vedono Boetti come un punto di riferimento. Altro campione di questa tradizione è Luigi Ontani, che si serve di fotografi artigiani indiani per alcune sue opere fotografiche e della Ceramica Gatti per le sue opere, che sono soprattutto sculture di dimensione umana, raffiguranti i suoi autoritratti nelle vesti dei personaggi più diversi e divertiti. Ma sono in molti a percorrere queste strade, come ad esempio artistar quali Jeff Koons che, oltre a fare opere in ceramica, fa anche, o meglio fa fare, alcune sculture in legno dagli artigiani della val Gardena ai quali ha chiesto tempo fa di realizzare le sculture erotiche autoritratto con Ilona Staller-Cicciolina, oppure animali e fiori, senza però disdegnare i gatti di marmo realizzati dagli artigiani di Carrara, o i cani vasi di porcellana, o le sculture kamasutra in vetro. Questi e altri artisti, dunque, attingono a piene mani dalla sapienza artigiana, specialmente da quella italiana che conta importanti distretti artigiani in tutta la penisola per qualità e quantità. E, come detto prima, si tratta non solo di artigianato della tradizione più antica come ceramica o legno, ma anche di quella più moderna del neon, o ancora delle opere sculture-manichino realizzate dagli artigiani del cinema, o dagli imbalsamatori di animali tassidermizzati di Cattelan, sempre in Italia. Ma c’è chi si spinge fino in Oriente: ancora Ontani a Bali fa realizzare le sue visionarie maschere dagli intagliatori balinesi del legno pule, e il belga Wim Delvoye va in Thailandia per far fare le sue sculture di Camion betoniera, ruspe, scavatrici in scala 1:1 baroccamente intagliate da artigiani thailandesi. Ma forse l’opera più titanica degli ultimi anni è Sunflower seeds del discusso artista cinese Ai Weiwei: 100 milioni di semi di girasole di porcellana fatti e decorati a mano e poi distribuiti come un tappeto alto 10 centimetri dal peso di 150 tonnellate nel grande spazio della Turbin Hall della Tate Modern di Londra nel 2010; alla fine della mostra, il museo ha acquistato otto milioni di semi per la sua collezione. Un’opera ciclopica che ha coinvolto 1.600 artigiani di Jingdezhen, distretto famoso per la produzione di porcellane: un’opera di 100 milioni di semi di girasole di ceramica a memoria dei 100 milioni di vittime dell’era Mao, un’opera in cui sono espresse 100 milioni di ragioni di A-A, Artigianato e Arte.

Gianluca Pacchioni

In una ex fabbrica di collirio degli Anni Trenta a Milano si trova l’atelier di Gianluca Pacchioni, maestro dell’arte dei metalli annoverato tra i 75 MAM-Maestro d’Arte e Mestiere che hanno ricevuto il riconoscimento nella prima edizione 2016.

Qual è la sua storia?
Dopo una laurea in Economia e Commercio alla Bocconi di Milano, mi trasferisco a Parigi.
Qui, nel corso degli anni ‘90, mi tuffo nel mondo artistico parigino e vengo travolto dalla passione per la scultura dei metalli che sperimento, da autodidatta, in uno studio condiviso con altri artisti al Quai de la Gare. Queste sperimentazioni trovano poi la loro collocazione, con la prima collezione di mobili scultura in ferro presentata dalla galleria Vivendi in Place des Vosges.
Sono anni intensi , dove assorbo bellezza e creatività partecipando alla vita artistica della città, frequentando gli ateliers e gli squats più underground. Parigi è democraticamente aperta per gli artisti in erba, c’è una cultura di condivisione e accesso facile agli insegnamenti e alle sovvenzioni pubbliche. Non è così, però, per la parte produttiva , artigianale, che è molto meno disponibile alla realizzazione di piccoli progetti.
Il mio ritorno a Milano è stato reso necessario dall’esigenza di lavorare a quattro mani con la flessibilità, l’esperienza e la creatività degli artigiani italiani.
Da questo rapporto con la materia e gli artigiani deriva il salto da progettista a homo faber che ha caratterizzato la mia storia.

G. Inglese

Abbiamo intervistato G. Inglese camiciaio famoso in tutto il mondo per la cura e la passione nella realizzazione di capi sartoriali su misura.

Qual è la sua storia? Come è iniziata la sua attività?
La nostra attività nasce nel 1955, a Ginosa, “terra delle Gravine”, a pochi chilometri da Matera, fondata da mio padre con i suoi fratelli e la nonna che confezionava camicie. Il mio subentro, circa quindici anni fa,con un’unica idea: far apprezzare il prodotto tradizionale fatto a mano a un’utenza internazionale. Non la solita condotta aziendale mirata al solo fatturato, non il solito capannone con macchine industriali, ma il desiderio di creare un prodotto utilizzando esclusivamente macchine per cucire di una volta, ago e filo per le rifiniture e ricami. È molto noto l’aneddoto dell’ex premier, nostro abituale cliente, che in una occasione ha indossato una camicia folkloristica e di cattivo gusto la cui realizzazione mi era stata attribuita. La stampa giapponese, poi quella inglese, americana e italiana, puntarono il dito contro di me e quando mi difesi, paradossalmente ed involontariamente, diedi alle mie creazioni tantissima notorietà. Iniziammo ad essere visitati da tanti clienti provenienti da ogni parte del mondo che venivano a curiosare in atelier per apprezzare la nostra arte nella realizzazione delle camicie.