Tra le più autorevoli interpreti della ceramica faentina contemporanea, Antonietta Mazzotti Emaldi racconta il progetto espositivo che presenterà a Firenze in occasione di Artigianato e Palazzo (11-13 settembre 2026), XXXII edizione della ormai storica mostra di alto artigianato nel Giardino Corsini e nei suoi suggestivi spazi. Realizzata nell’ambito del progetto di mecenatismo contemporaneo La Grande Bellezza. The Dream Factory, promosso da Starhotels con la collaborazione di Fondazione Cologni e Gruppo Editoriale, la mostra riunisce alcune opere delle sue collezioni più recenti, in un percorso che intreccia eleganza classica, ricerca formale e sperimentazione tecnica, portando la materia ceramica ai limiti delle sue possibilità espressive.

Come ha accolto l’invito della Fondazione Cologni a partecipare al progetto Starhotels La Grande Bellezza?
Quando sono stata contattata dalla Fondazione Cologni mi sono emozionata molto. Ho partecipato alla prima edizione di Artigianato e Palazzo nel 1995 e alle dieci edizioni successive, e conservo un ricordo bellissimo della Donna Giorgiana Corsini, che mi invitò personalmente quella prima volta. Ho visto nascere questa manifestazione, poi gli eventi della vita mi hanno allontanata. Poter tornare a Palazzo Corsini in una veste nuova ha un significato speciale. Negli anni in cui esponevo, presentavo le maioliche faentine classiche della mia Manifattura, forme e decori tradizionali, eseguiti in maniera fedele ed eccellente. Poi, la mia formazione accademica – in ambito scultoreo, plastico – mi ha travolta. Pur mantenendo attiva la produzione di Maioliche artistiche classiche, personalmente ho abbandonato la tradizione per dedicarmi alla mia espressione artistica.

Cosa porterà a Firenze?
A Palazzo Corsini porterò quattro collezioni, unite da un leitmotiv stilistico: il bianco e l’oro.
Ci sarà Proserpina, una linea dedicata ai melograni e ai loro fiori, simbolo di abbondanza, già scelta nel 2024 per la terza edizione di Homo Faber, svoltasi alla Fondazione Giorgio Cini di Venezia.
Esporrò Survival, vasi scultura realizzati nel 2022 in occasione dei cinquant’anni della mia attività. Ho preso i calchi delle cortecce degli alberi del parco di Villa Emaldi, sequoie e altri esemplari centenari che hanno resistito a guerre, temporali e fulmini. È anche una sintesi della mia vita: cinquant’anni da ceramista e madre di tre figli, in un ambiente italiano tradizionalmente maschile, dove una donna con aspirazioni artistiche non ha vita facile. La resilienza di quegli alberi è anche la mia.
In mostra, ci sarà poi Faience Garden, un progetto nato nel 2024 dalla mia partecipazione al concorso La Grande Bellezza di Starhotels: l’obiettivo era proporre un oggetto Souvenir d’Italie che rappresentasse la tradizione del territorio in chiave contemporanea. Ho scelto di partire dal Garofano, il decoro più celebre di Faenza, declinato ormai in ogni variante possibile. Io l’ho reinterpretato a rilievo, in bianco e oro.
Infine presenterò Menadi, la mia collezione più recente, ispirata alle baccanti, donne che seguono il corteo di Dioniso: figure trasgressive avvolte in veli svolazzanti, come quelli della Venere di Botticelli. Ho cercato di restituire quella leggerezza in ceramica – un materiale tutt’altro che leggero – attraverso vasi bianchi geometrici impreziositi da volteggi in oro zecchino.

A proposito di trasgressione, Ugo La Pietra ha usato proprio quella parola a proposito del suo lavoro. Cosa significa per lei?
Quella parola non è casuale e La Pietra ha colto un punto importante della mia produzione: porto la materia al limite del possibile. Far reggere questi volteggi attorno ai vasi in maiolica, mantenerli in posizione, comporta una difficoltà tecnica molto elevata. Così anche per le cortecce: sono belle, ma i calchi sono complessi e devono stare in equilibrio. La mia non è ceramica di facile esecuzione. La trasgressione, nel mio caso, è tecnica.

Cosa rimane della tradizione faentina nella sua produzione recente?
La ricerca della bellezza. La maiolica faentina ha una tradizione secolare, dal Trecento a oggi, e la sua cifra è la qualità, la perfezione, l’eleganza. I miei maestri mi hanno insegnato che la ceramica di Faenza deve essere bella: anche il faentino più umile teneva il suo piattino nella credenza del salotto buono. La nostra ceramica è sempre stata considerata preziosa, e questa preziosità resta ciò che mi lega alla tradizione.
Si può dire che lei ha “rinnovato” quella tradizione?
Si, perché ho avuto una formazione importante: maturità artistica al noto (istituto per l’arte ceramica) “Ballardini”, Accademia di Belle Arti. Ho studiato tutta la vita e sono culturalmente attiva ancora oggi. Dopo gli anni della produzione classica sono piuttosto tornata alla mia formazione contemporanea. Mio marito è appassionato di ceramica antica, quindi ho sempre guardato agli originali: formulando personalmente smalti e colori, senza mai usare prodotti commerciali. Poi, dopo qualche decennio ho ripreso in mano la mia passione e ho cominciato a fare ciò che desideravo davvero, mantenendo l’eleganza tipica di Faenza.

Il Premio Starhotels si chiama “La Grande Bellezza”. Lei ci ha parlato della bellezza come cifra della produzione faentina. Cos’è, per lei, la bellezza?
È un concetto difficile, spesso soggettivo. Per me la bellezza è qualcosa che dà un’emozione, ed è anche perfezione: molti dicono che il brutto è bello, e io ho qualche difficoltà ad accettarlo. Oggi, ad esempio, è molto diffusa la ceramica materica: capisco che possa avere il suo fascino, e non mi sento di giudicare, ma la mia formazione faentina mi ha insegnato qualcosa di diverso. La ceramica deve essere morbida, perfetta, elegante. Il mio concetto di bellezza resta legato al buon gusto: una cifra imprescindibile, che rende una cosa gradevole agli occhi e capace di emozionare.
Da dove nasce la sua ispirazione?
Dalla natura e dal mito. Gli ultimi anni sono stati i più fertili. Durante il lockdown, in occasione delle celebrazioni dedicate a Dante, ho realizzato Le frutte del mal orto, una collezione ispirata a una vicenda della tradizione medievale legata alla figura di Manfredi e alla storia della Faenza manfrediana. Quel lavoro ha segnato una svolta verso il contemporaneo.
Melograni per Proserpina, cortecce per Survival, garofani per Faience Garden, volteggi dorati per le Menadi: natura e mitologia classica sono i miei fili conduttori.

Lei organizza laboratori a Villa Emaldi e coinvolge spesso giovani nella sua pratica. Che importanza ha la trasmissione del saper fare?
Mi piace insegnare: quando arriva uno stagista deve fare il suo percorso e bisogna seguirlo. Sono entrata a undici anni e uscita a diciannove; andavamo a scuola mattina e pomeriggio. Erano altri tempi, ma funzionava. Oggi abbiamo le stampanti 3D, che sono bellissime, però spesso manca la capacità manuale. Bisogna aiutare i giovani a lavorare con le mani: è l’unico vero servizio per il cervello.

ANTONIETTA MAZZOTTI
Manifattura Artistica Maioliche di Faenza
Villa Emaldi, via Firenze, 240 – Faenza (RA)
Store
C.so Matteotti, 2 – Faenza (RA)
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