Da oltre un secolo la Stamperia Bertozzi di Gambettola, in provincia di Forlì-Cesena, esprime l’eccellenza della stampa a ruggine, una tecnica manuale radicata in Romagna, secondo alcuni, fin dai tempi di Giulio Cesare e dei suoi centurioni. Tra realtà storica e leggenda, gli ingredienti di base sono sempre gli stessi: una matrice in legno di pero, un colore dalla ricetta segreta, un tessuto da decorare. Tutto il resto è creatività, ma completamente al servizio della capacità artigiana. Gianluigi Bertozzi, nipote del fondatore, ci racconta la storia della stamperia di famiglia, le tecniche del mestiere, l’idea di applicare la stessa tecnica e gli stessi gesti su altri materiali. Senza gelosia né segreti, perchè “la parte difficile non è guardare, ma imparare a fare”.

Chi ha fondato la Stamperia Bertozzi?
La Stamperia Bertozzi è il risultato dell’incontro tra i miei nonni, nel 1920. Mio nonno Luigi detto Gigein era un intagliatore e decoratore per mobili, uno scultore del legno; mia nonna Caterina, invece, era sarta e figlia di un tintore Ernesto detto Mega. Fu dalla sua famiglia che arrivò la ricetta del colore ruggine, allora custodita quasi segretamente. In Romagna, all’epoca, non era possibile procurarsi coloranti industriali, e la stampa a ruggine rappresentava una tradizione artigianale profondamente radicata nel territorio.

Come è nata la tradizione della stampa a ruggine?
Si racconta di origini romane e, anche se non esistono prove storiche definitive, è una suggestione affascinante. Noi siamo a Gambettola, nella valle del Rubicone, il territorio del famoso dado tratto da Giulio Cesare. È documentato che già Vitruvio parlasse di una tintura marziale, cioè ottenuta dal ferro ossidato, e mi piace immaginare che i soldati romani abbiano osservato come il ferro arrugginito delle armi lasciasse tracce sulle tuniche di lino. Da quelle macchie potrebbe essere nata l’idea di trasformare la ruggine in decorazione, magari da parte di centurioni che lasciavano le armi per diventare contadini nei terreni guadagnati in guerra, come il centurione Gambettola. È una leggenda, certo, ma racconta bene lo spirito della Romagna.
Le spade furono tramutate in aratri e le tende da campo in tovaglie per i banchetti!
L’uso dei blocchi di legno per stampare è invece una tecnica diffusa in molte culture. In Europa era comune fino all’Ottocento, con importanti centri in Provenza, nel Comasco, in Inghilterra e in Austria. Dopo l’industrializzazione, però, questa tradizione è sopravvissuta quasi soltanto in Romagna, dove è rimasta fino a oggi diventando un artigianato identitario. Negli anni del Ventennio ci fu una forte valorizzazione delle arti applicate e delle produzioni tradizionali, e mio nonno partecipò a fiere e manifestazioni dedicate all’artigianato italiano, come la Triennale a Milano. Grazie alla sua abilità nel disegno e nell’intaglio entrò in contatto con designer e architetti dell’epoca, nei primi anni di quello che sarebbe diventato il design italiano.

Il vostro grande archivio di pattern e matrici risale al nonno?
Il nostro archivio di matrici in legno riflette la nostra storia. È un archivio eclettico, costruito in oltre cent’anni di lavoro: raccoglie disegni tradizionali, motivi classici, geometrie, influenze déco, suggestioni moderniste e collaborazioni contemporanee. Non abbiamo mai avuto un unico indirizzo stilistico. Siamo sempre stati artigiani, al servizio delle richieste e delle idee dei clienti, dei designer e degli artisti con cui abbiamo lavorato.
Quale è stato il tuo contributo alla stamperia?
Io ho una formazione artistica, e il mio contributo è in continuità con l’apertura sperimentale che già mio nonno aveva, ma oggi inevitabilmente c’è anche un’attenzione nuova alla comunicazione e ai materiali, e tutti questi temi sono legati tra loro. Per esempio, negli ultimi vent’anni abbiamo iniziato a lavorare anche sulla porcellana, sulla quale è anche molto più facile far percepire il lavoro manuale: lo stampo lascia un’impronta tridimensionale evidente, e diventa più intuitivo capire il rapporto tra matrice, gesto e superficie. In fondo, il cuore della nostra tecnica è la stampa a blocchi di legno: matrici incise, inchiostrate, pressate manualmente sul materiale e poi battute con un mazzuolo. Sulla porcellana o sull’argilla il gesto cambia leggermente, ma il saper fare artigianale rimane identico. La stampa manuale conserva caratteristiche impossibili da replicare industrialmente: leggere vibrazioni, margini irregolari, variazioni di densità del colore.

La stamperia ha anche una tecnica esclusiva di fissaggio del colore, come funziona?
Negli anni Novanta abbiamo sviluppato un sistema di fissaggio a vapore ispirato alle tecnologie tessili industriali del Comasco. Non è un brevetto, ma una tecnica che utilizziamo in modo esclusivo nella stampa manuale. Questo ci permette di lavorare con coloranti ecologici e di ottenere una grande resistenza anche su tessuti destinati all’uso quotidiano. Oggi stampiamo cotone, lino, canapa, ma anche seta, lana e cashmere, mantenendo sempre la stessa tecnica di base. La forza del blockprint sta proprio nella sua flessibilità: possiamo stampare tessuti pesanti come la spugna o il velluto, ma anche sete sottilissime. E usando piccoli moduli ripetuti possiamo creare superfici molto grandi senza bisogno di impianti industriali.

Quale filosofia c’è dietro alle vostre collaborazioni?
Lavoriamo da sempre con designer e artisti in modo molto spontaneo, senza una struttura rigida. Ogni nuovo disegno si aggiunge all’archivio e continua a convivere con quelli storici. Abbiamo collaborato anche con grandi maison della moda come Gucci, Balenciaga e Chanel, spesso dietro le quinte, come accade nel lavoro artigianale conto terzi. Parallelamente ci sono collaborazioni più continuative, come quella con l’artista Mattia Vernocchi, con cui abbiamo sviluppato il progetto sulla porcellana, o con altri artisti come Francesco Bocchini e designer che hanno lavorato direttamente nel nostro laboratorio.
In Stamperia accogliete collaboratori e tirocinanti, come accade in questo momento con una giovane artigiana del progetto Una Scuola, Un Lavoro della Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte. Non siete gelosi dei vostri segreti?
La stamperia è ancora una realtà familiare. Mio padre, che ha 85 anni, continua a venire ogni giorno in laboratorio a stampare. Mia moglie segue l’aspetto commerciale e amministrativo, e tutta la famiglia partecipa in modi diversi alla vita dell’azienda. Nell’artigianato c’è sempre stata una certa gelosia per i propri segreti, ma secondo me ,in questo momento storico, bisogna fare il contrario: collaborare, aprirsi, insegnare. Siamo rimasti pochi, e senza trasmissione certe competenze rischiano di sparire. Da noi non esistono veri “segreti”: chi visita la stamperia può vedere tutto. La parte difficile non è guardare, ma imparare a fare. Servono anni di esperienza per acquisire il gesto, la sensibilità, il ritmo del lavoro manuale.
Per questo crediamo molto nella formazione, nei tirocini e nel rapporto con le scuole. E crediamo anche nel lavoro collettivo tra le stamperie rimaste in Romagna. Oggi siamo circa una decina, riunite nell’Associazione Stampatori a Mano di Romagna, di cui siamo soci fondatori. È una rete importante, perché da soli è difficile preservare e tramandare un patrimonio così fragile.

STAMPERIA BERTOZZI
Largo Marino Maestri, 50
Gambettola, FC
info@stamperiabertozzi.it
www.bertozzi.store
