Premio “La Grande Bellezza” – Edizione 2023-2024

La terza edizione del Premio “La Grande Bellezza”, promosso da Starhotels in collaborazione con Associazione OMA, Fondazione Cologni e Gruppo Editoriale, invita gli artigiani residenti e operanti in Italia a candidarsi per presentare opere sul tema “Souvenir del Grand Tour”.

L’Italia è stata storicamente meta prediletta del Grand Tour e continua ad essere la destinazione da sogno dei turisti di tutto il mondo, per le sue bellezze e per il suo life-style inimitabile. Chi la visita si innamora dei suoi luoghi e desidera portare con sé oggetti che tengano vivi i ricordi e siano testimonianza del viaggio.

Il tema dell’oggetto-souvenir d’autore è oggi di grande interesse e fascino anche nel mondo del design e della progettazione. Moltissime botteghe artigiane italiane di eccellenza realizzano oggetti-souvenir ispirandosi alle tradizioni locali e reinterpretandole con modalità e gusto contemporaneo. Tra gli esempi più noti vi sono i cache-pot a forma di teste decorate tipiche del sud Italia, i micro-mosaici romani amati dai turisti fin dal Settecento, i fischietti diffusi nel sud Italia e in Veneto, le figure del repertorio muranese in vetro soffiato, le forcole delle gondole veneziane, i cavallini sardi portafortuna, i cornetti scacciaguai, i presepi, le ceramiche tipiche delle varie aree artigiane, le tazzine da caffè, le boule à neige, le miniature dei monumenti italiani, tutti i numerosi oggetti ricordo e portafortuna presenti in ogni regione d’Italia e declinati in mille modi.

Sono molto varie le tipologie di oggettistica legata alla tradizione dei territori, che possono ispirare rielaborazioni contemporanee suggestive e interessanti. Qualunque tecnica e qualunque materiale sono ammessi, purché la lavorazione sia rigorosamente manuale o in massima parte manuale, secondo i criteri e le modalità dell’eccellenza artigiana, e venga rispettato il tema, sia pure interpretato in modo libero e personale.

Enza Fasano: il gioco del colore, tra storia e attualità

La bottega di Enza Fasano è la vera punta di diamante dell’arte ceramica grottagliese.
La maestra è infatti cresciuta fra le terracotte, e aver praticato quest’arte per tutta la vita le ha permesso di sviluppare un gusto raffinato e riconoscibile.
Oggi infatti, nel suo storico atelier, crea manufatti ispirati alla tradizione locale, ma anche reinventati con originalità e arricchiti da forme e giochi cromatici; pezzi che sanno sorprendere, risultato di anni di bottega, scuola familiare e perfezionamento, adatti a soddisfare una clientela cosmopolita ed esigente.
L’ampio showroom presenta centinaia di oggetti di grande bellezza: dai tipici manufatti della tradizione pugliese ai più funzionali elementi per la tavola e per la casa.
Nel 2020, Enza Fasano ha ottenuto il titolo “MAM – Maestro d’Arte e Mestiere”, riconosciuto dalla Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte.

Qual è la sua storia e come nasce la manifattura Enza Fasano?
La mia storia parte dai nonni di mio padre che hanno sempre lavorato la creta.
Io e la mia famiglia abbiamo proseguito la tradizione: mia figlia, designer, progetta le collezioni per l’azienda e mio marito è responsabile di produzione. Continuiamo a farlo con la stessa passione, ma con un occhio all’innovazione studiando nuove forme, colori e decori.
Come aneddoto potrei raccontare l’emozione che ho provato da ragazzina nel vedere un torniante innalzare un capasone, l’antico contenitore per il vino, alto 180 centimetri, a partire da una palla d’argilla, componendo i tre pezzi e assemblandoli.
Non sono mancate le difficoltà, più che altro di natura familiare, ma la passione per questo lavoro mi ha fatto superare qualsiasi ostacolo.
Ricordo anche con emozione la mia prima vendita: un oggetto realizzato con pochissimo a disposizione.
Oggi dopo queste difficoltà sono orgogliosa di aver realizzato il sogno di essere apprezzata da cultori e da un pubblico esigente, e orgogliosa di entrare con i nostri oggetti in case e hotel incantevoli.
Abbiamo potuto così allargare il nostro laboratorio, ottenendo spazio e più strumenti.

William Bertoia: la tradizione del mosaico artistico al servizio dell’innovazione

Friul Mosaic è un’azienda artigiana di mosaici artistici a conduzione famigliare, fondata da William Bertoia nel 1987, che attinge a un’importante tradizione, ma con lo sguardo rivolto alla contemporaneità: a partire dal disegno, per il quale vengono ricercati motivi innovativi e composizioni originali, ogni mosaico viene realizzato a mano, tessera dopo tessera, nel rispetto delle tecniche tradizionali del mosaico classico.
Decorazioni musive parietali, rivestimenti pavimentali, soluzioni artistiche e architettoniche vengono realizzate tutte rigorosamente su misura, con maestria, rigore e precisione sartoriale, senza dimenticare creatività e innovazione. Accanto ai motivi classici vengono infatti proposte textures originali e moderne, ispirate alla natura, alle opere d’arte e al mito, ma anche al mosaico moderno come elemento d’interior design.
Nel 2020, William Bertoia ha ottenuto il titolo MAM – Maestro d’Arte e Mestiere, riconosciuto dalla Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte.

Qual è stato il suo percorso e come ha iniziato a svolgere questo mestiere?
Il mio percorso come mosaicista comincia da bambino, con il ritrovamento di un sacchetto di tessere di marmo appartenente a mio nonno, terrazziere mosaicista dall’inizio del ‘900.
Ho poi frequentato e mi sono diplomato alla Scuola Mosaicisti del Friuli di Spilimbergo.
Ho iniziato lavorando nei laboratori dei marmisti della zona e poi, dal 1981, ho aperto la mia ditta individuale.

Orsola Clerici: dipingere i sogni

PictaLab è un laboratorio di decorazione d’interni attivo a Milano da oltre quindici anni, fondato nel 2007 da Orsola Clerici, in collaborazione con Chiara Troglio.
Nell’elegante atelier si realizzano carta da parati dipinta a mano e decorazioni parietali, con l’ausilio di svariate tecniche: dall’affresco al trompe d’oeil, dal rivestimento al laccato. Qui maestranze specializzate realizzano magistralmente prima il progetto, che nasce sempre da un confronto diretto con il cliente finale per capirne le esigenze e le aspettative, poi l’esecuzione, rigorosamente su misura.
Il lavoro infatti tiene sempre conto dello spazio architettonico e del contesto in cui l’idea prenderà forma, per offrire soluzioni creative e personalizzate. Oltre alle decorazioni su parete, il laboratorio offre anche un servizio di personalizzazione di mobili e oggetti di interior design.
Orsola Clerici, co-titolare e co-fondatrice dello studio, ha ottenuto nel 2020 il titolo “MAM – Maestro d’Arte e Mestiere” della Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte.

Qual è stato il suo percorso e come ha iniziato a svolgere questo mestiere?
Ho studiato pittura e restauro prima all’accademia di Como e successivamente a Brera. Lo studio delle tecniche antiche e dei materiali è stato utilissimo. Successivamente ho iniziato a lavorare a Milano con Alfonso Orombelli, decoratore, e presto mi sono resa autonoma. Ho avuto la grande fortuna di iniziare fin da subito a lavorare con architetti come Piero Castelli e Barbara Frua, che mi hanno offerto l’opportunità di imparare moltissimo e di ammirare ed entrare in contatto con spazi e luoghi incantevoli.

Quali sono gli stili, le tecniche e i materiali che predilige?
Sono piuttosto eclettica e sono attratta da tecniche molto variegate. La pittura “libera” a tempera su grandi superfici rimane forse il mio grande amore, tuttavia anche l’incisione o le lavorazioni su supporti particolari, come il vetro, mi attirano molto, soprattutto ultimamente. Mi sto confrontando anche con tecniche ibride di stampa digitale e tecniche manuali, che mi stanno dando grande soddisfazione.

Itinerari di Wellmade: la magia del legno intagliato in Trentino Alto Adige

Gli Itinerari di Wellmade sono realizzati per The Ducker e pubblicati nella sezione “Maestri”, a cura di Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte.

Il Trentino Alto Adige è una meta turistica privilegiata sia d’estate che d’inverno: una terra affascinante dove storia e tradizioni popolari sono rimasti ancora intatti, grazie alla morfologia del territorio e allo spirito di conservazione del proprio saper fare tipico della popolazione. Molti dei mestieri tradizionali sono nati infatti durante i lunghi e gelidi inverni, quando le forti nevicate bloccavano le strade anche per giorni o settimane, costringendo gli abitanti a vivere isolati e doversi procurare in autonomia il necessario per vivere. Nella tranquillità delle proprie case, si dedicavano con passione ad attività di artigianato, portandole all’eccellenza: le donne alla tessitura, per produrre indumenti, coperte e tessuti per la casa; gli uomini alla lavorazione del legno, per creare utensili e arredi.

Quella dell’intaglio del legno è sicuramente una delle tradizioni più conosciute.
Oggi sono pochissimi gli artigiani che portano avanti questo mestiere d’arte: negli anni tuttavia la pratica ha cominciato a interessare anche le donne e si è evoluta in opere dallo stile moderno e contemporaneo, anche se alcuni ancora intagliano secondo i decori e i motivi della tradizione.
Non solo oggetti d’uso: anche la pratica della scultura è antica, ed è eseguita attraverso la tecnica dell’intaglio, ovvero scavando nel legno con scalpello e bulino.

Wellmade, il sito e l’app che permettono di scoprire le migliori botteghe artigiane, ci guidano alla scoperta di tre importanti atelier trentini dove prosegue questo prezioso mestiere.

Itinerari di Wellmade. La pietra leccese della “Terra d’Otranto”

Gli Itinerari di Wellmade sono realizzati per The Ducker e pubblicati nella sezione “Maestri”, a cura di Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte.

In Puglia si trova un vero tesoro, sparso un po’ in tutta la Regione, ma soprattutto racchiuso nella zona che veniva anticamente chiamata “Terra d’Otranto”, ovvero il territorio delle odierne province di Lecce, Taranto e Brindisi. Si tratta di un gioiello della natura la cui lavorazione viene praticata da tempi remoti: la pietra leccese.

Materia prima prediletta da maestri artigiani, artisti e scultori locali, il “leccisu” ha reso le città della regione, e Lecce in particolare, vere protagoniste del barocco, epoca in cui questa pietra calcarea conosce il più grande splendore e viene impiegata per costruire e decorare chiese, architetture e monumenti. Esempi magnifici di questo periodo sono infatti la Basilica di Santa Croce e il Duomo di Lecce; ma anche i fregi, i capitelli e i rosoni che decorano i palazzi e gli edifici di culto della città.

Questa roccia viene estratta soprattutto nell’entroterra leccese, ma anche nel territorio di Brindisi, da cave a cielo aperto profonde fino a 50 metri. Nel tempo la pregiata pietra ha rappresentato una delle risorse più preziose per l’economia locale: grazie alla facilità di lavorazione, dovuta alla presenza di argilla nella composizione, il materiale è ancora oggi largamente impiegato nella decorazione di interni, nell’arredo e nella realizzazione di opere artistiche.
Wellmade, il sito e l’app che promuove i migliori artigiani italiani, ci guida alla scoperta di tre interessanti realtà che lavorano questa pietra a regola d’arte, tra la provincia di Lecce e quella di Brindisi.

Itinerari di Wellmade: il micromosaico, eterna bellezza

Gli Itinerari di Wellmade sono realizzati per The Ducker e pubblicati nella sezione “Maestri”, a cura di Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte.

Culla della civiltà, dell’arte e della cultura, città eterna: Roma è un luogo dal fascino intramontabile, dove “portano tutte le strade”. Fin dall’antichità, la città è sempre stata terreno fertile per invenzioni e innovazioni, anche nell’ambito delle tradizioni artigiane: dalla lavorazione del marmo al vetro, dalla ceramica all’oreficeria, dall’affresco al mosaico. È proprio su quest’ultima tecnica che vale la pena soffermarci: una forma d’arte che continua a vivere in alcuni piccoli o grandi atelier della città, dove si respira ancora l’essenza della botteghe rinascimentali.

A Roma il mosaico si è evoluto in una variante ancora più pregevole e raffinata, chiamata micromosaico, o mosaico minuto. Questa lavorazione è nata alla fine del Settecento, tra le mura dello Studio Vaticano del Mosaico e nel cantiere della veneranda Fabbrica di San Pietro: in questi due importantissimi contesti si formavano e lavoravano i mosaicisti che decoravano o restauravano gli interni della basilica di San Pietro.

Questi maestri artigiani realizzavano incredibili decorazioni, ricorrendo al mosaico con tessere di smalto a base vetrosa: una lavorazione meno soggetta al degrado e all’umidità rispetto alla pittura, con cui realizzavano copie degli originali dipinti della chiesa. L’uso, innovativo e inedito per l’epoca, di tessere sempre più minute, permetteva di creare opere che riproducevano un effetto simile, e quasi indistinguibile se visto da lontano, a quello di un dipinto o un affresco.

Il micromosaico era inizialmente destinato soprattutto alla decorazione di oggetti e accessori di piccole dimensioni, da osservare da vicino, come soprammobili, tabacchiere, cofanetti, calamai e scatoline (amatissimi souvenir del Grand Tour in Italia) oltre ai gioielli, ma veniva impiegato anche per decorare interni di abitazioni e palazzi, sostituendosi agli intarsi in legno, in avorio e in pietra.
L’apprezzamento della produzione “in piccolo” ha portato la Fabbrica di San Pietro a ufficializzare la tecnica, affiancandola quindi a quella “in grande”.

Oggi vi guidiamo alla scoperta di tre botteghe dove tuttora si porta avanti questa preziosa eredità romana: tre atelier presenti su Wellmade, piattaforma digitale della Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte, che presenta e promuove le realtà artigiane d’eccellenza del nostro territorio.

Diego Poloniato, il poeta della ceramica di Nove

Diego Poloniato è un maestro ceramista cresciuto a Nove (Vicenza), centro di eccellenza per la tradizione ceramica.
È specializzato nella creazione dei tipici “cuchi” e “arcicuchi” veneti, sculture “fischianti” in terracotta di diverse dimensioni, dalle forme svariate e curiose; ma realizza anche soprammobili e sculture in argilla, padroneggiando diverse tecniche di modellazione e colorazione, dagli ossidi agli ingobbi, sfruttando anche le sfumature della terra.
Il suo stile è davvero inconfondibile, fantasioso, fiabesco e originale, molto poetico, giocoso e a tratti venato di ironia; con le sue mani Diego dà vita galletti, ussari a cavallo, pagliacci, pinocchi ed altri animali, anche combinati in complesse scene epiche, realizzate con grande maestria e virtuosismo..
Nel 2020 ha ottenuto il riconoscimento “MAM – Maestro d’Arte e Mestiere” della Fondazione Cologni.

Come e perché ha cominciato a dedicarsi alla ceramica?
Sono nato in una famiglia dove quasi tutti lavoravano la ceramica: il papà, la mamma, gli zii e i cugini; perciò è un materiale da sempre presente nella mia vita. Fin da piccolo guardavo curioso mio padre che creava dall’argilla e dai semirefrattari sculture minuscole o imponenti, e provavo a imitare i suoi gesti. Amavo stare accanto a lui e cercare di imparare il più possibile, mentre mi raccontava le storie di un tempo, della sua vita di stenti da fanciullo durante la guerra. Diventò insegnante di formatura ceramica presso l’Istituto Statale d’Arte di Nove, la scuola che ho frequentato per i tre anni del corso professionale, con l’imbarazzo adolescenziale di avere il padre come docente di laboratorio.
Al termine del corso di studi ho lavorato in una fabbrica che produceva sculture di arredamento per circa quattro anni, dopodiché ho deciso che i tempi erano maturi per aprire il mio laboratorio artigiano. Mio padre continuò ad insegnarmi i segreti del suo mestiere, mentre io cercavo la mia identità di ceramista.

Nove è un importante centro di produzione ceramica. Che importanza ha avuto per la tua carriera di ceramista il legame con il territorio?
Il legame con il territorio è, ed è sempre stato, fondamentale per la mia crescita professionale e artistica: mi ha dato l’opportunità di entrare in contatto con l’antica tradizione, e allo stesso tempo di confrontarmi con innovazioni stilistiche, tecnologiche e materiche. Crescere in un paese con una fervente creatività e laboriosità mi ha fornito lo stimolo e le conoscenze per evolvere nel mio stile personale, differenziandomi dagli altri ceramisti.

Itinerari di Wellmade: la ceramica di Oristano tra cultura nuragica e suggestioni contemporanee

Gli Itinerari di Wellmade sono realizzati per The Ducker e pubblicati nella sezione “Maestri”, a cura di Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte.

Oristano, città della ceramica, città di tradizioni. Tradizioni culturali, folkloristiche e identitarie risalenti a molti secoli fa, una su tutte quella della lavorazione dell’argilla che, grazie alle caratteristiche favorevoli del territorio, si pratica fin dal Neolitico e ha visto una fertile evoluzione attraverso le diverse epoche della storia.
La città ha sempre goduto di un vero e proprio primato nella produzione, commercio ed esportazione della ceramica, in particolare in epoca tardo-medievale e rinascimentale, quando a Oristano esisteva già il “borgo dei figoli”, ovvero una zona destinata unicamente ai ceramisti, riuniti in un “gremio”, la corporazione di mestiere in Sardegna.
Nel capoluogo si trova inoltre una prestigiosa scuola a vocazione artigianale, che forma giovani ceramisti, fondata nel 1961 da Arrigo Visani, oggi intitolata a Carlo Contini.
La tradizione prosegue ancora oggi, dal centro alla provincia, grazie alla fervida attività di numerose botteghe artigiane, che propongono i motivi della tradizione sarda e oristanese, ma che sanno anche innovare la tradizione con forme e decori più contemporanei.
Wellmade, la piattaforma che guida alla scoperta delle più interessanti botteghe artigiane del nostro Paese, ci suggerisce un itinerario che include tre importanti realtà.

Andiamo allora a Cabras, piccolo comune che si affaccia sul Golfo di Oristano, a soli 7 chilometri dal centro, per scoprire il lavoro del maestro Angelo Sciannella: nato a Castelli, altra importante città della ceramica in Abruzzo, cresce tra i vasi di argilla e apprende la diverse tecniche di lavorazione della ceramica nel suo paese natale.
Nel 1962 si trasferisce in Sardegna, dove, parallelamente alla docenza all’Istituto d’Arte Contini, si dedica a una fervida produzione di ceramiche, combinando i motivi dell’artigianato sardo con la sua cultura d’origine. Oggi il maestro continua a produrre manufatti, partecipare a concorsi ed esporre le sue opere. Nel suo atelier è possibile ammirare i suoi lavori da vicino: oggetti d’uso e opere scultoree espressive e dal gusto raffinato, che gli hanno consentito di ricevere importanti riconoscimenti.

Simona Scala e l’impresa di famiglia Ornella Bijoux: un saper fare tramandato di madre in figlia

Ornella Bijoux è un’azienda artigiana fondata a Milano nel 1944 da Piera Barni. Una storica attività con una vicenda incredibile, che continua oggi grazie al talento e alla determinazione di Simona Scala, terza generazione alla guida.
Nell’atelier si realizzano gioielli dal sapore vintage, ispirati al design Liberty e non solo, ma anche dal gusto più contemporaneo, costituiti da originali composizioni di metalli e pietre veneziane, ceramiche dipinte a mano e cristalli, perle e conchiglie, ma anche smalti, corde, cuoio e piume, mescolati con grande libertà, armonia e originalità.
Un’impresa tutta al femminile, dove il saper fare e la maestria artigianale vengono tramandati di madre in figlia, ormai da quasi 80 anni.


Raccontaci la storia di “Ornella Bijoux”, atelier di alta bigiotteria di cui sei titolare.
La storia di Ornella Bijoux risale alla seconda guerra mondiale, ed è una storia di coraggio e resistenza scritta dalle donne: l’azienda fu fondata nel 1944 da mia nonna Piera Barni, che all’epoca lavorava come segretaria presso la Gi.Vi.Emme Profumi dei Visconti di Modrone. Dall’oggi al domani si trovò a dover decidere se fare il grande salto e rischiare tutto iniziando un’attività imprenditoriale.
Durante la guerra infatti dal mercato scomparvero sia l’oro, materia prima per la creazione di gioielli, che l’alcool, necessario per la produzione di profumi.
Così la Gi.Vi.Emme, per sopperire all’impossibilità di produrre profumi, propose a Calderoni Gioielli di disegnare e produrre una collezione di bijoux, che la Gi.Vi.Emme stessa avrebbe commercializzato attraverso la sua rete di distribuzione.
Quando nel 1944 tornarono sul mercato sia l’oro che l’alcool, le due aziende ripresero le loro produzioni ordinarie, e l’allora direttore artistico della Gi.Vi.emme, Dino Villani, propose a mia nonna di acquistare il campionario di bijoux e iniziare una nuova vita.
Ancora oggi mi sorprendo del coraggio di questa scelta perché mia nonna era vedova con tre figli e la mamma a carico, e manteneva tutti con il suo stipendio di segretaria; ma, soprattutto, si era ancora nel pieno della seconda guerra mondiale.

Mia nonna convocò mia mamma, che all’epoca aveva 14 anni e frequentava la prima superiore, e le disse che avrebbero cominciato una nuova vita e un nuovo lavoro.
Sotto i bombardamenti, come mi raccontava con orgoglio mia madre, cominciarono a girare la Lombardia e il Veneto in bicicletta per proporre i loro bijoux, e arrivarono anche nel Sud Italia grazie alla generosità dei camionisti, ai quali chiedevano un passaggio, poiché in quel periodo le linee ferroviarie erano tutte interrotte.

Per qualche anno vissero di rendita con i modelli che avevano venduto, poi mia mamma, Maria Vittoria Albani, mostrò immediatamente una straordinaria attitudine al disegno e alla creazione artistica e divenne, pur senza aver mai studiato, il pilastro di Ornella Bijoux: dalla sua fantasia e dal suo estro sono nati più di 30.000 modelli che ancora oggi vengono venduti.
Negli anni è entrato a far parte dell’azienda anche mio padre, Mario Scala, che, conosciuto in treno da mia mamma e mia nonna durante uno dei loro tanti viaggi, fu immediatamente “arruolato” e, fino alla sua prematura scomparsa, si occupò dell’amministrazione dell’azienda.
Nel 1962 decisero di aprire anche un prestigioso punto vendita in via Montenapoleone con il nome di “Creazioni Maria Vittoria”, dove più di una volta, grazie alla collaborazione con Biki, la famosa sarta milanese, furono realizzati gioielli per Maria Callas.