Artigiano del Cuore 2023: vi presentiamo i 10 finalisti

Sono stati selezionati i 10 finalisti del concorso “Artigiano del Cuore”, promosso da Fondazione Cologni e da Wellmade, e giunto quest’anno alla sesta edizione, dedicata ad artigiani e imprese artigiane con sede in Lombardia, che portano avanti un mestiere d’arte. Scelti dalla commissione interna alla Fondazione Cologni tra le tante candidature ricevute, i selezionati possono accedere alla fase successiva del contest: ora tocca al pubblico, tramite votazione online su questa pagina, dal 21 al 28 giugno alle 15, decretare il vincitore o la vincitrice, che potrà beneficiare del premio in palio.

I finalisti della VI Edizione del Concorso Artigiano del Cuore sono:

Francesca Mellace, Orafa – Milano
Iulian Rosu, Decoratore – Milano
Anita Cerrato, Restauratrice di Ceramiche – Milano
Atelier Pozzebon, Tappezzieri – Palazzolo sull’Oglio (BS)
Marco Castellini e Michela Bertanza | MC Paper, Artigiani della Carta – Toscolano Maderno (BS)
Giulia Carlucci e Federica Zanardelli | Fiorisco Atelier, Decoratrici – Milano
Andrea Zambelli, Arredatore e Falegname – Milano
Costanza Macrì e Monica Candido | CosMonique, Orafe – Milano
Michele Garbin, Argentiere – Laveno Mombello (VA)
Giorgio Piva, Ceramista – Monza

Fino al 28 giugno alle 15 puoi votare il tuo Artigiano del Cuore sulla pagina di votazione, scegliendo solo un/a finalista e votando una volta sola.
Chi riceverà più voti, avrà diritto al premio in palio. Il vincitore o vincitrice sarà annunciato/a giovedì 6 luglio, sul sito ufficiale del concorso (www.artigianodelcuore.it) e sui canali social di Wellmade.
Scopri le storie dei finalisti e vota il tuo preferito o la tua preferita!

Vincenzo Aucella: Post Fata Resurgo

Laura Inghirami, giornalista e consulente specializzata nel settore del gioiello, e Founder Donna Jewel, ha intervistato per Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte i Maestri vincitori del premio MAM – Mastro d’Arte e Mestiere nella categoria Gioielleria – Argenteria – Oreficeria.

Vincenzo Aucella, Marketing Manager e Maestro Artigiano di Aucella, e Presidente di Assocoral, vincitore del premio MAM – Maestro d’Arte e Mestiere, ci ha accompagnati alla scoperta della storia dell’azienda di famiglia specializzata nella lavorazione e produzione di coralli e cammei, e di Torre del Greco, territorio sede di un’affascinante tradizione secolare. “Post Fata Resurgo”: questo il motto della città che, come la leggendaria fenice, è sempre risorta dalle difficoltà per costruire un futuro fatto di unicità, arte e bellezza.

La storia di Aucella ha inizio nel 1930. Oggi Vincenzo e Manuel, sotto la guida esperta del papà Carmine, rappresentano la quarta generazione della famiglia, che negli anni ha saputo trasformare l’azienda da piccolo laboratorio orafo a eccellenza italiana riconosciuta nel mondo. “Fu in particolare mio nonno Giovanni – racconta Vincenzo Aucella – a costruire la visione dell’azienda, dando una forte spinta all’internazionalizzazione. Era un uomo che godeva di grande stima qui a Torre del Greco per la sua competenza e generosità, che lo portavano ad aiutare sempre il prossimo e a investire sull’arte per dare un futuro agli artisti che incontrava sul suo cammino”.
La propensione attiva verso l’impegno sociale è rimasta ancora oggi una caratteristica essenziale dell’azienda. “I nostri valori fondanti sono la promozione della creatività e dell’arte, il rispetto per i nostri collaboratori, la condivisione e lo spirito di squadra”.

Paolo Pagliai. L’arte dell’argento ai tempi dei fiaccherai

Laura Inghirami, giornalista e consulente specializzata nel settore del gioiello, e Founder Donna Jewel, ha intervistato per Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte i Maestri vincitori del premio MAM – Mastro d’Arte e Mestiere nella categoria Gioielleria – Argenteria – Oreficeria.

“I fiaccherai – racconta il Maestro Paolo Pagliai – erano gli antichi conducenti delle carrozze a cavalli. È a loro che mio padre, Orlando Pagliai, fondatore dell’azienda, negli anni ‘40 consegnava i suoi bigliettini da visita scritti a mano affinché li diffondessero, per farsi conoscere e trovare clienti”.
Un’affascinante storia d’altri tempi quella di Paolo Pagliai, artigiano fiorentino vincitore del premio MAM – Maestro D’Arte e Mestiere, specializzato nella produzione e lavorazione di argenteria, nella realizzazione su richiesta di pezzi unici e nel restauro. Oggi punto di riferimento d’eccellenza, l’argenteria Pagliai è stata riconosciuta come Esercizio Storico Fiorentino di pregio.

Candidati al Concorso “Artigiano del Cuore” – VI Edizione 2023

Via alla VI Edizione del concorso “Artigiano del Cuore”, promosso dalla Fondazione Cologni e dalla piattaforma Wellmade e sostenuto da Serapian, rivolto quest’anno agli artigiani e alle botteghe che portano avanti un mestiere d’arte e che hanno sede in Lombardia.
Il vincitore o la vincitrice potrà beneficiare di una giovane risorsa, selezionata e messa a disposizione da Fondazione Cologni, che lavorerà per tre mesi a tempo pieno alla comunicazione dell’impresa artigiana, sotto la supervisione dell’agenzia TA-DAAN.
In questo modo, il Concorso si propone come facilitatore nel colmare il digital gap delle imprese artigiane sostenendole nella loro transizione digitale, oltre che come iniziativa per favorire la formazione e l’occupazione dei giovani.
Candidature aperte fino al 5 giugno alle ore 12.

 

Il Concorso digitale “Artigiano del Cuore” (www.artigianodelcuore.it) è un’iniziativa promossa da Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte e dal progetto Wellmade – La community degli amanti del ben fatto, in collaborazione con Fatti ad Arte.
Il Contest nasce nel 2018 con l’obiettivo di promuovere l’artigianato artistico italiano e sensibilizzare il pubblico sull’importanza dei mestieri d’arte, attraverso la comunicazione digitale. Giunto nel 2023 alla sua sesta edizione, si tiene ogni anno in primavera, e si rivolge esclusivamente ad artigiani professionisti.

Dopo il successo delle prime cinque edizioni, che hanno visto la partecipazione di centinaia di artigiani candidati e migliaia di votanti da tutto il territorio nazionale, dal 5 maggio 2023 sono ufficialmente aperte le candidature per la VI edizione del concorso.

I vincitori delle edizioni passate sono stati i calzolai Sandro Barbera & Figli e il mosaicista Fabrizio Travisanutto nel 2018; le restauratrici Bruna Mariani, Carlotta Corduas e Serena Dominijanni nel 2019; il liutaio Stefano Bertoli nel 2020; il ceramista Victor Fotso Nyie nel 2021; la ceramista Doriana Usai nel 2022.

Davide Furno e l’arte della cera, tra magia e iperrealismo

Davide Furno è un vero maestro della cera.
Recuperando una tecnica antica e del tutto dimenticata, è stato il primo in Italia a dare nuova vita e dignità alla ceroplastica: una disciplina che, con l’ausilio di cere, resine naturali, gessi e polveri, dà vita a fiori e frutta che sa combinare in composizioni straordinarie. Con questa lavorazione, e grazie a ricette segrete apprese durante anni di studio, ricerca sperimentazione, è in grado creare veri capolavori di natura morta, raffinati e iperrealistici, che sanno rendere magico e poetico ogni ambiente.

Qual è stato il tuo percorso e come hai iniziato a svolgere questo mestiere?
Non sono stato proprio uno studente modello, ma per la storia dell’arte, il disegno tecnico, l’ornato, ho sempre fatto eccezione.
Poi, dopo la maturità scientifica e il diploma allo IED, ho lavorato diversi anni come grafico e illustratore, sperimentando con il disegno e con diverse tecniche di decorazione, come la doratura, il trompe l’oeil e il finto marmo, tra le altre.
È stato durante questa fase di ricerca instancabile che mi sono imbattuto in maniera del tutto casuale – e non poteva essere altrimenti, dato che all’epoca era una lavorazione sconosciuta – nella ceroplastica, e in particolare nella collezione di frutti in cera di Francesco Garnier Valletti, praticamente dimenticata sugli scaffali della facoltà di agraria dell’Università di Torino: centinaia di frutti in cera di una bellezza mozzafiato, realizzati in una tecnica considerata oramai perduta per sempre.
Ho la fortuna di ricordare molto bene il momento in cui mi sono innamorato di ciò che sarebbe diventato il lavoro della mia vita. Anche se poi, in effetti, per diventare un lavoro, ci sarebbero voluti ancora molti anni, passati tra ricerca di ricette e materiali, fiere e mercatini, fallimenti e riprese.

Le tue opere sono dei veri capolavori di natura morta. Quanto tempo e quanta pratica ci sono voluti per arrivare a questo risultato?
In effetti non è semplice calcolare i tempi e la pratica necessaria, in quanto entrambi hanno dei confini molto fumosi e confusi. Essendo una tecnica dismessa e dimenticata, non ho avuto nessuno che mi insegnasse e che mi facesse da maestro. I risultati che ho ottenuto sono frutto di poche ricette ritrovate, appunti rari o antichi manuali, tanta sperimentazione da autodidatta, che continua tutt’ora. Posso dire con precisione quando ho iniziato a lavorare la cera, ma la preparazione dei gessi, lo studio dei colori e la loro preparazione, la pratica con le resine, materiali inerti e colle, è iniziata già molti anni prima senza che mi rendessi conto che stavo accumulando esperienza e conoscenze che sarebbero state fondamentali nello sviluppo della ceroplastica.
Per rispondere alla domanda, direi che dall’entusiastica fusione della mia prima mela, in effetti più simile a un tubero bruciacchiato, a ottenere un frutto riconoscibile con la ricetta corretta di Garnier Valletti, ci sono voluti alcuni anni, spesso più che altro per sperimentare e confermare l’esattezza del procedimento. Da lì in poi, si è trattato soprattutto di migliorare continuamente le mie opere e il risultato estetico, ma credo che questa sia l’inclinazione naturale di qualunque artigiano.

Wellmade partecipa a Brescia Capitale della Cultura 2023

Alla scoperta del saper fare italiano e dell’artigianato artistico” è un itinerario proposto da Fondazione Cologni e Wellmade tra le botteghe del centro di Brescia e della provincia: dalla ceramica alla vetrofusione, dalla liuteria al mosaico, dalla lavorazione del metallo all’arredo contemporaneo, dalla sartoria all’ebanisteria e all’intaglio del legno; tutte presenti sulla piattaforma Wellmade (well-made.it).

Negli orari di apertura di ciascuna bottega, gli atelier aderenti all’iniziativa resteranno aperti al pubblico per accogliere visitatori, esperti, turisti, curiosi e appassionati; partecipando così a un evento diffuso per la città, e creando un’occasione di scoperta, conoscenza e scambio. L’iniziativa infatti è pensata per tutti, principalmente adulti, ma anche ragazzi e scuole, mentre il percorso di visita è libero: è possibile recarsi in autonomia direttamente negli atelier per conoscere i maestri artigiani, ammirare i loro prodotti e conoscere i segreti del loro lavoro.

È consigliabile telefonare per fissare un appuntamento, in particolare per gli atelier che si trovano nella provincia delle due città.

Alice Corbetta: un’arte che si ispira alla bellezza della natura

Alice Corbetta è un’artigiana-artista e maestra decoratrice nata a Milano, ma vive e lavora a Montespertoli, in provincia di Firenze, cittadina circondata dalle dolci colline della Toscana.
È specializzata in decorazione contemporanea di interni e nella creazione di mobili e complementi d’arredo. Alice interviene direttamente sulle superfici impiegando una gran varietà di tecniche decorative e materiali, soprattutto cemento e resina, per ottenere texture uniche e originali.
Il suo lavoro ha il valore aggiunto dell’unicità sartoriale, e la sua firma è inconfondibile: un’arte basata su una ricerca continua e sulla sua personale sensibilità artistica.

Qual è stato il tuo percorso e come hai iniziato a svolgere questo mestiere?
Dopo gli studi artistici compiuti all’Accademia di Brera a Milano, ho collaborato come designer con alcuni studi di texile design nel territorio comasco, e poi con rinomati studi di architettura.
Sono state esperienze bellissime, ma avvertivo l’esigenza di “sporcarmi le mani” e di avere un rapporto diretto con la materia. La scelta di cambiare vita e il trasferimento in Toscana sono state l’inizio della mia trasformazione in una “maker”, e sono state le opportunità per concentrarmi sulla ricerca che mi ha condotto fino a oggi.

Giovanni Poggi: il sogno di un ragazzo

La storia delle Ceramiche San Giorgio inizia con il sogno di un ragazzo, Giovanni Poggi, che fin da giovanissimo voleva fare ceramica e aprire un’importante fornace.
Decide di farlo nella sua città natale, Albisola, capitale ligure della ceramica con una lunga tradizione artigianale: così, nel 1958, la manifattura San Giorgio apre le sue porte, grazie al sodalizio tra il maestro e i suoi due collaboratori Eliseo Salino e Mario Pastorino.
Sono anni di sperimentazione, ricerca e grandi cambiamenti, dove la cittadina è un vero palcoscenico per l’arte della ceramica e il laboratorio di Giovanni Poggi uno dei protagonisti di questa rivoluzione. Nella fornace hanno lavorato numerosi artisti di fama internazionale, e negli anni si è affermata come un vero punto di riferimento per la ceramica italiana. Oggi, la storia dell’atelier continua con la stessa passione di una volta, nella tradizione e nella continuità.

Quale è la sua storia e quando si è avvicinato al mondo della ceramica?
Fin da bambino ero affascinato dalla ceramica e amavo osservare le pentole che venivano fatte asciugare “en plein air”. Così mi sono avvicinato al mondo dell’arte, e infatti fin da piccolo dicevo a mia madre: “Vorrei diventare ceramista”.
La mia avventura inizia dopo il congedo militare, quando decido di lasciare Albisola per lavorare nella fabbrica di ceramica C.A.S. – Ceramiche Artistiche Santa Margherita Ligure, dove vivo una tappa importante della mia vita. Lì conosco Giuseppe Pinelli, proprietario della manifattura, che fin da subito mi tratta come un figlio.
Dal 1955 al ‘57, alla C.A.S. ho imparato nuove tecniche, mettendo momentaneamente da parte gli insegnamenti della ceramica albisolese e imparando a utilizzare, per la prima volta, gli smalti che anni dopo avrei adoperato alla San Giorgio – applicati a ciotole dai contorni frastagliati che ebbero un grande successo, perché ad Albisola i colori così accesi erano una novità assoluta.

Alla fine del 1957 termino l’esperienza alla C.A.S. e con entusiasmo ritorno a Albisola dove lavoro per alcuni mesi alla F.A.C. – Fabbrica Albisolese Ceramiche. Qui incontro il direttore artistico Eliseo Salino: nasce subito non solo una vera amicizia ma anche un proficuo sodalizio lavorativo con lui e con Mario Pastorino. Dalle nostre discussioni scaturirà il desiderio di aprire una nostra manifattura di ceramica.
Ma il cammino non è semplice. Occorre prima trovare un luogo adatto. Subito i nostri pensieri si rivolgono alla sede della fabbrica Piccone ad Albissola Marina, un’ex fornace di ceramica, ma le trattative non sono semplici perché la proprietaria non vuole affittare i locali a ceramisti. Il padre di Salino però riesce a convincerla, assumendosi la responsabilità dei pagamenti. Abbiamo inaugurato la fornace nel mese di aprile, il giorno di San Giorgio: per questo abbiamo deciso di chiamarla con il nome del santo.

Non di sola arte… vive l’Italia

Diffusione del sapere, tutela del patrimonio e delle tradizioni, innovazione. In Italia le scuole di mestieri d’arte sono numerose. Realtà essenziali per la formazione delle nuove generazioni di maestri d’arte e artigiani, all’insegna del rinnovamento.

L’Italia fucina di Bellezza, museo a cielo aperto: nessun altro territorio al mondo certamente può vantare una tale concentrazione di tesori d’arte straordinari, e su questo si fonda, lo sappiamo, l’intenso fascino e la grande attrattiva del nostro Paese, amatissimo oggetto del desiderio in tutto il mondo. Ma non soltanto: sempre più viene scoperto, apprezzato e amato da chi visita l’Italia, spesso più che dagli stessi italiani, bisogna dirlo, anche il suo ineguagliabile patrimonio di saperi legati all’alto artigianato, che investe tutti i territori della nostra Penisola rendendola una vera miniera di un saper fare magistrale, legato ai territori, alle materie prime, alle tradizioni storiche dei luoghi.

Non è una strada facile, quella del mestiere d’arte,
ma certo una dimensione in cui si ripropone
il ruolo dell’abilità e della perizia,
la forza dell’esperienza, il forte primato dell’individuo,
lo stupore dell’aura, il mistero del bello,
la felicità della competizione.
— Cesare De Michelis

Saverio Pastor, uno degli ultimi testimoni della tradizione dei “remèr”

Saverio Pastor è uno degli ultimi maestri “remèr” di Venezia: un mestiere antico, nato a Venezia molti secoli fa, quando la mobilità per la laguna era completamente a remi.
Un lavoro nobile che oggi rischia di scomparire, perché pochi sono gli artigiani in grado di portare avanti questo prezioso sapere, e ancor meno i giovani che hanno il coraggio di investire molti anni in un lavoro che non ha alcuna garanzia.
Eppure questa tradizione è una vera e propria testimonianza della storia e della cultura veneziana.
Saverio Pastor si forma a fianco di Giuseppe Carli e Gino Fossetta. Nel 2002 apre la sua attività, il laboratorio Le Forcole, specializzato nella costruzione di remi e forcole per gondole veneziane, secondo le tecniche tradizionali risalenti al Rinascimento.

Come ti sei avvicinato al mestiere di Remèr e qual è stato il tuo percorso?
Il 15 giugno del ‘75 ho chiesto al Maestro remèr Bepi Carli se potevo andare a lavorare gratuitamente da lui per l’estate. Mi ha risposto che ero troppo vecchio per imparare ma che avrei potuto andare a guardare. Così ho fatto per 8 ore al giorno, fino a quando si è stancato e mi ha fatto spazzare il laboratorio. Per almeno altri quattro anni ha continuato a ripetermi che ero troppo vecchio per imparare; poi le circostanze mi hanno obbligato a mettermi in proprio.
Oggi sto ancora imparando! Pur essendo il remèr più anziano, ormai. Il mestiere è quello del remèr. Anche se realizzo forcole, non sono solo un forcolaio: il remo è infatti la cosa più importante e difficile da costruire e, per una città come Venezia, ha sempre avuto un ruolo vitale.

Sei uno degli ultimi maestri remèr rimasti. Cosa significa portare avanti un mestiere antico e raro che rischia di scomparire?
Ho sempre sentito l’attrazione verso questo aspetto importante del mio lavoro. Non ero consapevole di essere un testimone e un erede di cultura immateriale, ma ne percepivo il peso, la sostanza.
Acquisita esperienza e solidità nel fare, ho cominciato a curare questi aspetti del mestiere, anche confrontandomi con altri colleghi, soprattutto della cantieristica.